Misure antipanico/ Vasco il giorno dopo: «Quel piano sicurezza diventa un modello»

di Marina Valensise
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Lunedì 3 Luglio 2017, 01:09

Il commento più bello al concerto di Vasco Rossi al Modena Park è stato quello di Massimo Bottura, il celebre cuoco dell’Osteria francescana, genuino e generoso come il Kom, modenese doc: «La musica è come la cucina, un gesto d’amore». 

Il cuoco Bottura che in prima fila sotto il palco ha postato tutta la notte su Instagram le foto della rockstar, non ha mai cucinato per Vasco, ma si è detto pronto a parargli «un tortellino col parmigiano di Rogiole, di fianco a casa sua a Zocca». Ecco allora che Modena e la campagna modenese, la terra più straordinaria d’Italia, culla dell’eccellenza, dove prima dell’Osteria Francescana sono nati Enzo Ferrari, Maranello, la Maserati, Luciano Pavarotti e le canzoni di Vasco, si candida a rappresentare il bello dell’Italia vera, genuina, insostituibile e profonda. 

Anche Vasco Rossi come Bottura avrà pensato da qualche parte che se una cosa la puoi sognare la puoi anche fare. E infatti Vasco ha sognato di vivere dentro la musica e attraverso la musica ed è riuscito a farlo alla grande, anche se in modo preterintenzionale, senza nemmeno pensarci, senza nemmeno volerlo, lasciandosi trascinare dal suo immenso talento naturale, da una sua dote umile e misteriosa, prima che dalla rabbia, dall’aggressività, dall’ansia di rivolta. A sentir lui, la rockstar più amata degli italiani, lui Vasco Rossi, nato sotto il segno dell’acquario da Carlino, un camionista di Zocca morto d’infarto a 56 anni, e da un bella contadina allegra, che cantava sempre e quand’era piccolo si portava il figlioletto nei bar per fargli sentire il festival di San Remo, e poi si prendeva le parole delle canzoni per cantarle con lui, e la domenica, nei pranzi di famiglia in mezzo all’aia, lo faceva salire sul tavolo per ché si esibisse ai parenti, pare non avesse nessuna volta di diventare una rockstar. Vinto l’Usignolo d’Oro, e abbandonati gli studi di ragioniere, Vasco non poté iscriversi al Dams, ma trovò subito un lavoro da dj; e gli batava fare il dj, primo al Punto, un locale messo su alla bell’e meglio coi suoi compagni di avventura, poi a Radio Punto, che ametà degli anni Settanta fu una delle prime e più seguite radio libere italiane. Sicché, fu solamente per l’insistenza di Gaetano Curreri, il pianista che appena poteva gli strappava i foglietti coi testi delle canzoni, se un giorno Vasco Rossi accettò la sfida di esibirsi in pubblico.

E bisogna credergli davvero, quando con gli occhi chiari, la voce roca e le parole sbiascicate, oggi racconta dei suoi lontani esordi avvenuti quasi di controvoglia, in mezzo al nulla, fra i fischi dei primissimi concerti, le legnate della madre Novella, sempre straripante di affetto e di allegria e però critica, come ogni matriarca. Frutto della civiltà contadina di Zocca, Vasco Rossi in realtà non ha mai chiesto niente, non ha mai preteso alcunché. Eroe semplice, ha il genio umile del grande artista che è sempre preterintenzionale e oltremodo grato a qualcosa che lo trascende e lo trasfigura, la musica, la chitarra, l’ispirazione misteriosa, con le parole che vanno e vengono, senza sapere nemmeno perché. L’ultimo poeta del nostro tempo, l’ultimo trovatore di una società di massa, Vasco Rossi è il cantautore che ha restituito all’italiano la sua essenza pura e più potente, per farlo entrare a pieno titolo e senza complessi nell’ultra-modernità contemporanea. 

Se lui è il rock, il rock di Vasco Rossi in realtà è l’italiano, una lingua semplice, fresca, cristallina, con la sintassi del parlato, gli anacoluti in cui inciampiamo ogni giorno per dire qualcosa di spontaneo, dettato dal cuore, senza il filtro cerebrale della ragione della coscienza. E allora che meraviglia sono quei suoi versi asciutti, i testi delle canzoni di Vasco Rossi, con le quartine in rima, la metrica perfetta, l’eco lontana di Petrarca e Guido Cavalcanti che respira come una sorgente magari inconscia ma inesauribile. Il più rock dei cantanti rock italiani, il mostro sacro, furbo al tempo stesso ingenuo, il ribelle malinconico, in grado di mobilitare folle oceaniche e un pubblico grande due tre volte la città di Modena, fatto di vecchi e giovani, di adolescenti e signore attempate, di settantenni disposti all’utopia e tredicenni pronte a qualsiasi cosa pur di gettarsi senza reggiseno in un flash mob, non ha bisogno di infarcire le sue canzoni di yeah, great, fantastic; non ha bisogno di accreditarsi col branding e il new branding, o di infarcire i comunicati stampa di deal, trade off, audience e target. Vasco Rossi l’Italiano, libera le nostre energie della folla a partire da una lingua bella e piana, saporita come il pane fresco, chiara come un ruscello di montagna: “Siamo solo noi, che andiamo a letto la mattina presto, e ci svegliamo con il mal di testa, che non abbiamo vita regolare che non ci sappiamo limitare”. 

È per questo che per festeggiare i quarant’anni di carriera, senza nemmeno volerlo e senza nemmeno cercarlo, Vasco Rossi è riuscito per una notte intera a riunire intorno a sé migliaia anzi milioni di italiani, pronti a seguirlo nel suo sogno allegro e disperato, a cantare in coro le sue canzoni, a mettere in scena se stessi, nudi, spenti, ma ancora pieni di speranze, per riscattarsi in una vita spericolata e una vita piena di guai. La religione dell’italiano dunque continua a vivere di questi misteri grazie all’ omino di Zocca, grazie al “niente di un uomo spento”, che riesce a restituire la sua essenza alla comunità, con una liturgia di massa dove la lingua alleata alla musica riscatta il senso e l’identità dell’uomo massa, l’individuo solitario e vinto, ma ancora capace di ironia e persino di eroismo, e perciò eroico anche se solo a modo suo.

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