Roger Waters, l'urlo ribelle scuote il Circo Massimo: 45 mila fan

Domenica 15 Luglio 2018 di Simona Orlando

Il cosmo, il battito del cuore, il rumore dell'elicottero, una risata e l'urlo. Lentamente da fuori a dentro, in un viaggio dall'astronomia alla follia. Così è partito ieri il concerto di Roger Waters al Circo Massimo per Rock in Roma, con l'ouverture Speak To Me/Breathe, a riportare in vita quasi l'intero capolavoro The Dark Side Of The Moon, anno di grazia 1973, sparso in scaletta, dal ticchettio di Time alle traiettorie astrali di The Great Gig In The Sky, dove il memorabile assolo vocale spetta alle coriste Jess Wolfe e Holly Laessig. La scenografia mozza il fiato, tra proiezioni ad altissima risoluzione, muro digitale di 66 x 12 metri, laser colorati, immagini vere e iconografia floydiana che coniuga note e visioni, è luce in movimento.
 

 

AL CENTRO
L'ex bassista dei Pink Floyd e la compatta band vestono di nero. Lui al centro dà voce e direzione. Corre il basso sulla strumentale One Of These Days, indietro al 1975 con Welcome To The Machine, il benvenuto funesto di Waters nell'era marcia del music business, con alle spalle le animazioni originali e l'Axolotl meccanico di Gerald Scarfe. Lega i temi del passato all'ultimo disco solista Is This the Life We Really Want?, con Déjà Vu, The Last Refugee, Picture That, Smell The Roses, per schierarsi contro guerre e banche, insiste sul dramma dei migranti e supplica di restare umani nella landa dei sogni che sa di fosforo.
I 45mila del Circo Massimo (ma sui ponti, pali e colli intorno ce ne sono molti altri) esplodono sulle note di Wish You Were Here e sull'incipit «So» che parla al diamante pazzo Syd Barrett. Due mani cercano di toccarsi, nel personale Giudizio Universale di Waters, che poi sprofonda nella sua fase di maggiore alienazione, riesumando Pink, alter ego nell'opera rock The Wall. Rismonta i mattoni fra le rovine romane, come fece a Berlino nel 1990, con The Happiest Days Of Our Lives e Another Brick In The Wall. Sul palco gli allievi del liceo Gropius di Potenza a urlare:«We don't need no education», in tuta di Guantanamo e sotto la scritta Resist. Parte l'invettiva politica più esplicita. Suona l'allarme, emergono le ciminiere della Battersea Power Station alte 13 metri, sovrastate dal maiale volante Algie. E' il bestiario di Animals, l'incubo orwelliano di animali al vertice della scala sociale, Dogs e Pigs. La band indossa maschere suine al banchetto del potere, in video l'Uomo-maiale è Trump, raggiunto da altri leader su Money (cameo di Berlusconi), sedotta dall'assolo al sax di Ian Ritchie. L'affondo antitrumpista e a Mark Zuckerberg, la kefiah palestinese al collo: il 74enne inglese non teme ripercussioni, dato che il tour ha incassato 95 milioni di dollari. Sull'ipnotica Us and Them, bombardamenti e ferimenti confondono distopia e realtà. Noi e Loro dice il titolo.

L'AMORE
Chi sceglie l'amore, chi missili e pistole. Una distinzione che oggi sembra più opaca e chissà in quanti cantano senza condividere le posizioni dell'attivista Waters. Eppure, le scelte dei Floyd furono spesso politiche, in forma e sostanza. Si va sul lato oscuro della luna con Brain Damage ed Eclipse, sotto l'iconico prisma, il sigillo su Comfortably Numb, comodamente insensibile, come il mondo è diventato. Waters, la sezione ritmica, Bo Koster alle tastiere e il trio di chitarristi Kilminster, Carin e Wilson (che canta le parti di Gilmour) per oltre due ore portano nell'altra dimensione.
Nell'era dell'impalpabile single download, questa è una lezione. Architettura musicale, esplorazione, musica concreta, con umori e rumori organici ai brani, tecnologia al servizio dei contenuti. Un'opera totale, un'avventura artistica ed esistenziale che resiste al tempo. La musica com'era e come, ravvedendosi, potrebbe essere. Se intende durare.
 

Ultimo aggiornamento: 3 Agosto, 18:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA