Franco 126: «Io, cantautore inquieto con il Califfo nel cuore»

Franco 126: «Io, cantautore inquieto con il Califfo nel cuore»
di Mattia Marzi
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Venerdì 23 Aprile 2021, 11:57

Anche se le sue canzoni non hanno l'appeal sfacciatamente pop di altri esponenti della scena, a partire dall'ex sodale Carl Brave (il loro Polaroid è stato nel 2017 l'album-manifesto della nuova scuola capitolina, oltre 100 mila copie vendute), zitto zitto Franco126 in questi anni le sue soddisfazioni se l'è prese: dal Disco di platino del suo primo album solista Stanza singola ai successi scritti per Elodie (Margarita), Emma (Stupida allegria) e Annalisa (Vento sulla luna), che lo hanno reso un autore richiestissimo. Molti lo considerano l'erede di Franco Califano, di cui il 28enne cantautore trasteverino, baffo Anni 70 e occhiali da sole, riprende lo stile cinematografico e malinconico: «Nessun artista mi ha segnato tanto quanto lui. Da ragazzino tra una birra e l'altra cantavo le sue canzoni con i miei amici per i vicoli di Trastevere (126 sono gli scalini che dividono viale Dandolo da viale Glorioso, dove fino a lunedì un'installazione riproduce la copertina del disco. Ieri si pensava fosse stata danneggiata volontariamente, ma in realtà c'è stato solo un piccolo danno causato dal maltempo, ndr)», dice. Oggi esce il nuovo album Multisala, anticipato dai singoli Blue Jeans (con Calcutta), Nessun perché e Che senso ha. 

“Nessun Perché”, esce la ballad funk del cantautore rap romano Franco 126


Le melodie del cantautorato italiano, echi di bossa nova, sonorità funk. E un solo duetto, oggi che i dischi strabordano di collaborazioni. Sfida le mode? 
«Ci ho anche provato, a fare hit a tavolino: ho lasciato perdere subito. Operazioni del genere sono poco inclini alla mia personalità. Non faccio canzoni per i Dischi d'oro: il vero successo è quando chi ascolta la mia musica riconosce che c'è dell'onestà, non le solite formulette logore». 


E le basta? 
«Se parliamo di soldi le dico subito che non sono ricco. Per come la vedo io, non lo sei finché non ti compri una casa e io con la musica guadagno meno di quanto si pensi. Specie ora che i live sono fermi. Però mi sento un privilegiato: faccio quello che mi piace e i risultati sono buoni». 


La solitudine (Blue Jeans), la paura di crescere (Maledetto tempo), i rimpianti (Lieto fine): da dove nasce allora tutta questa inquietudine? 
«È la mia indole. Non nascondo comunque che lo scorso anno anche io, che di solito sto bene da solo, ho avuto un momento di difficoltà. L'isolamento imposto dalla pandemia mi ha provato». 

 


La scrittura è una valvola di sfogo?
«Sì, ma stavolta più che parlare di me ho lavorato di fantasia. In Simone si sente l'eco di Dalla. È il ritratto di un personaggio bizzarro che ne ha sempre una per tutti, come quelli delle sue canzoni. In Ladri di sogni guardo al Baglioni di Poster: lui descriveva la banchina di un metro, io il mondo della notte, popolato da uomini tristi e soli». 


Baglioni? Non è troppo nazionalpopolare per l'indie? 
«Per me è un modello. È stato a lungo snobbato, ingiustamente: negli Anni 70 gli affibbiarono l'etichetta di cantautore di destra perché non era impegnato. Oggi è un autore universale». 


Il pop di oggi le piace? 
«Non sempre. Ma ci sono artisti con i quali mi trovo bene, come Emma e Zampaglione. Con Federico ho inciso una canzone in romanesco per il suo film (Morrison, nelle sale a maggio): si intitola Er musicista e racconta la quotidianità di un artista. Lui recita i versi nello stile di Califano. Uscirà a breve». 


È vero che Alex Infascelli gliene aveva chiesta una per i titoli di coda del film su Totti? 
«Sì. Ma poi hanno fatto altre scelte: dallo spunto che avevo è nata Maledetto tempo, che è anche una frase pronunciata da Francesco nel discorso d'addio (nella scena finale c'è Solo dello stesso Baglioni, ndr)». 


Con Carl Brave avete chiarito dopo lo scioglimento di tre anni fa? 
«Abbiamo lasciato un segno nel nuovo cantautorato, ma oggi siamo due realtà artistiche troppo distanti. Riconosco che lui ha una grande vena. Ma tra il mio stile e il suo, molto più pop, non ci sono più punti di contatto».

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Come De Gregori e Venditti? 
«Più o meno. Magari come loro fra cinquant'anni faremo una reunion all'Olimpico». 


Ora ad uno stadio ora direbbe di no? 
«Non sono fatto per quegli spazi. Però a novembre, se tutto va bene, suono al Forum di Assago e al Palazzo dello Sport a Roma». 


Sanremo nel 2022? 
«Mi diverte seguirlo, ma lì mi sentirei a disagio. 

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