Favino diventa Bettino Craxi: «Ecco l'umanità di un uomo che sbagliò e fu lasciato solo»

Mercoledì 8 Gennaio 2020 di Paolo Travisi
Favino diventa Bettino Craxi: «Ecco l'umanità di un uomo che commise errori e fu lasciato solo»

Hammamet, il tramonto umano di Bettino Craxi, la fine della leadership e l’intimità ferita raccontati nel film di Gianni Amelio, in cui Pierfrancesco Favino, interpreta gli ultimi sei mesi del leader socialista. Più che un’interpretazione, quella di Favino è un’aderenza assoluta a Craxi, grazie allo straordinario lavoro di make-up, ma anche e soprattutto alla caratterizzazione vocale e gestuale dell’attore romano. “Io non considero Craxi una star, ma un politico su cui è calato da anni un silenzio, anche ingiusto. Non ho fatto un film sul Craxi degli anni Ottanta, ma sulla lunga agonia di un uomo di potere che lo ha perso e va verso la morte. Craxi muore il 19 gennaio del 2000, in Tunisia, macerato fino all’autodistruzione, che forse altrove si sarebbe potuto salvare. I chirurghi del San Raffaele vedendo i macchinari dell’ospedale di Tunisi, infatti non se la sentirono di operarlo”.
 

 

Per girare Hammamet, il regista ha ammesso di aver atteso sei mesi per avere Favino nel ruolo del politico.  
“Dio benedica Favino - dice Amelio nella conferenza stampa di presentazione - senza di lui non lo avrei fatto, sfido chiunque a trovare un attore, non solo in Italia, a fare il Presidente come lui”. Infatti per trasformarsi in Craxi, Favino si è sottoposto ad oltre cinque ore di trucco giornaliero, ed il risultato è una mimesi totale. “Il trucco dà la chiave, attraverso cui potersi dimenticare di averlo. Io mi ricordo che in queste cinque ore e mezzo quotidiane c’era un rituale, dopo aver messo le sopracciglia e gli occhiali, ho pensato a quello che dicevano i maestri di recitazione e cioè che la maschera può rivelare qualcosa molto intimo che si può anche aver paura di toccare”, ha aggiunto Favino.
 

Il regista de La Tenerezza per scrivere il film ha incontrato i figli e la vedova del politico. “Per prima ho conosciuto la vedova Anna Craxi, una cinefila, invece che di politica abbiamo parlato di cinema, quindi il dialogo è stato molto sereno. Poi ho conosciuto Stefania Craxi, una donna molto impegnata nel tenere il timone fermo nei confronti di suo padre, non vuole che il suo nome venga dimenticato, mentre Bobo lo conosco meno, ma scrive e si fa intervistare molto, quindi lo conosco meglio di sua madre”.

Per il protagonista invece, la preparazione precedente al set, sono stati filmati d’epoca. “Ho visto molti video, molti li ho cercati io, ma dovendomi occupare dell’ultima parte della sua vita, molte cose sono cambiate, la voce, il suo fisico, il modo di camminare a causa del dolore alla gamba. Tutto questo mi ha dato una sensazione molto netta di quello che gli accadeva dentro, anche rispetto alla sua leadership che ha avuto un peso su di lui, ed in quel momento storico aveva un peso maggiore rispetto ad oggi, perché lo scacchiere internazionale era più complesso”.

Molto di Hammamet è stato girato nella vera residenza tunisina di Craxi, messa a disposizione dalla famiglia, ma Amelio considera il film, una rappresentazione del personaggio, senza alcun giudizio politico su di lui o sul percorso giudiziario che ha subito. “Il film non dà risposte, non deve darle, ma lascia aperto il dibattito. Craxi non è né un latitante, né un esule. Il latitante è qualcuno che viene cercato dalla legge, ma che nessuno sa dove si trovi, di Craxi si conosceva anche il numero di telefono, i giornalisti lo intervistavano, cantanti che andavano a trovarlo. Neanche un esule perché su di lui pesano condanne passate in giudicato. L’orgoglio è stata una delle cose che ha permesso che Craxi facesse quella fine”.

Conclude Favino. “Io conoscevo l’uomo politico e la vicenda giudiziaria, non il suo privato, ma ho sentito che stavamo toccando la fine di una generazione di uomini, come poteva essere quella di mio padre, a cui si è insegnato di non mostrare la debolezza, neanche ai figli. Non si faceva, non era permesso. Craxi aveva un senso di paternità non solo verso la sua famiglia, ma anche verso il paese, al di là dell’uso che ne abbia fatto, ma credo che la leadership lo abbia lasciato molto da solo. Con quel tipo di emozioni ho empatizzato, con molti aspetti dell’umanità di quest’uomo, anche se ha commesso degli errori, ma non è mio compito giudicarlo”.

Ultimo aggiornamento: 20:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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