Cate Blanchett a Venezia: «Io, direttrice gay tra abusi e poteri»

Cate Blanchett a Venezia: «Io, direttrice gay tra abusi e poteri»
di Gloria Satta
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Venerdì 2 Settembre 2022, 07:48

Ascesa e caduta di una donna di potere che ha consacrato la vita ad inseguire l'eccellenza, ottenendo il successo. Costi quel che costi. In Tàr, il film di Todd Field passato in concorso, Cate Blanchett interpreta uno dei personaggi più complessi, controversi, della sua luminosa carriera benedetta da due Oscar: è Lydia Tàr, immaginaria direttrice d'orchestra omosessuale a Berlino. Bellezza algida, sicura di sé al limite dell'arroganza e priva di empatia, ma senza eguali sul podio, ha il mondo ai suoi piedi e una compagna devota con cui ha adottato una figlia. È anche manipolatrice, predatrice sessuale e un giorno, accusata di molestie, finisce al centro di in uno scandalo in stile #MeToo. E la sua vita è ribaltata. «Ho scritto il film per Cate, solo lei poteva interpretare Lydia», dice il regista. L'attrice, 53, racconta a Venezia di essersi tuffata nei panni di questo personaggio assai poco edificante che nell'era della correttezza politica rischia di far insorgere le femministe, le (pochissime) direttrici d'orchestra e il mondo lgbtq+.

Ha considerato il rischio?
«Quando ho accettato di girare il film senza esitare perché lavorare con Field è un evento, non ho pensato che il mio personaggio fosse una donna e per di più omosessuale. Abusi e potere riguardano tutte le persone, di qualunque genere e orientamento sessuale».

Cosa l'ha spinta a girare Tàr, per cui si è preparata così meticolosamente da imparare a dirigere un'orchestra?

«Il fatto che il mio personaggio pieno di luci e ombre rappresenta la complessità della condizione umana. Lydia ha un passato che la tormenta e si è reinventata attraverso la musica. Ma appena arriva sull'Olimpo della sua arte e sta per compiere i 50 anni, un momento davvero delicato perché ti porta a domandarti quanto tempo ti resta, si rende conto che può solo cadere. Infatti la sua vita precipita. Il film parla di una trasformazione».

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Aveva già interpretato una lesbica nel 2015, nell'acclamatissimo Carol: vuole sostenere la causa lgbtq+?
«Io non sono un'agit-prop, non faccio propaganda. Ho girato quel bellissimo film perché era urgente e necessario farlo. Ma non interpreto mai un personaggio basandomi sul genere o le sue scelte sessuali. Ad interessarmi, a rendere eccitante il mio lavoro è sempre la possibilità di raccontare la condizione umana in cui la diversità è fondamentale. L'omogenietà uccide l'arte».

Pensa che il cinema possa contribuire a cambiare la mentalità delle persone?
«Non credo che l'arte abbia una funzione educativa. E quando ho deciso di girare Tàr non ho pensato che contenesse un messaggio. Semplicemente, era innegabile che dovessi farlo: affronta, al di là dell'orientamento sessuale del mio personaggio, temi esistenziali importanti in cui tutti possono ritrovarsi».

Il film parla anche di potere e ingiustizie nel lavoro. Lei ne è mai stata vittima?
«Il cinema è cambiato. Quando iniziai a recitare mi dicevano che sarei durata al massimo 5 anni, all'epoca la vita di un'attrice finiva presto. Oggi è diverso. Ma non ha senso fare film per dimostrare la superiorità delle donne. Dobbiamo lavorare fianco a fianco con i nostri fratelli maschi».

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