Usa, «Che indossavi quando ti hanno stuprato?»: abiti in mostra per dire che non c'è giustificazione alla violenza

Venerdì 29 Settembre 2017
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Usa, «Che indossavi quando ti hanno stuprato?»: abiti in mostra per dire che non c'è giustificazione alla violenza

“Cosa indossavi?”, 18 vestiti in mostra per sconfiggere i pregiudizi sulla violenza sessuale

“Cosa indossavi”?, è la domanda che troppo spesso le vittime di stupro si sentono ripetere dopo un’aggressione, trovandosi a combattere con i pregiudizi di chi pensa che, in fondo, sia un po’ anche colpa loro.

Da questo interrogativo, e dal desiderio di sconfiggere una credenza ancora troppo diffusa, nasce “What Were You Wearing?”, una mostra organizzata da Jen Brockman, direttrice del Centro per la prevenzione e formazione sessuale del Kansas, che si pone un obiettivo semplice ma non per questo scontato: annullare il senso di colpa dei superstiti e far capire che non può esserci nessuna giustificazione di fronte a una violenza.
 

 

L’esibizione è stata ospitata nelle prime due settimane di settembre, al quarto piano dell’Università del Kansas, e ha permesso a tutti i visitatori di farsi colpire dalle storie raccontate dai vestiti appesi alle pareti. Giovani e adulti si sono trovati così ad aggirarsi tra un maglione rosso e una gonna nera, tra un costume da bagno e una polo sportiva. Indumenti abituali, di uso quotidiano, esibiti con l’obiettivo di parlare proprio di questo. Della normalità.

La mostra, infatti, ha offerto a chi ha deciso di visitarla 18 indumenti esposti alle pareti che non hanno nulla a che fare con vestiti all’ultima moda o di tendenza, ma che si prestano a un fine sociale più grande: dimostrare che una violenza non è mai causata dal guardaroba di chi la subisce.

Il mito secondo cui di fronte a una violenza sessuale la vittima, in fondo, se la sia un po’ cercata è molto diffuso negli Stati Uniti, paese dove si registra uno stupro ogni 107 secondi, e anche in Italia dove troppo spesso ai superstiti viene attribuito un concorso di colpa che rende ancora più pesante il trauma da affrontare.

Ecco quindi che questa originale mostra d’arte cerca di demolire proprio quella domanda, “Cosa indossavi?”, e lo fa nel modo più potente possibile: offrendo ai visitatori la risposta, facendoli specchiare in quegli indumenti di uso comune, rendendo tutte quelle storie un po’ più vicine.

“Vogliamo che le persone possano vedere se stesse riflesse nelle storie, negli abiti” ha raccontato a tal proposito al Chicago Tribune Jen Brockman, che insieme alla dottoressa Mary Wyandt-Hiebert ha ideato la mostra nel 2013, presentandola poi di università in università, per lanciare un messaggio forte e chiaro. “Speriamo che gli studenti possano capire che questa credenza così diffusa è in realtà falsa” ha commentato.

Accanto a ciascuno dei 18 indumenti è riportata una targa dove viene raccontata la storia di violenza associata all’abito. Le storie sono state raccolte tra gli studenti del Midwest, che hanno condiviso i loro racconti in modi diversi. C’è chi si è affidato ai social media e chi si è rivolto ai centri che forniscono assistenza alle vittime di stupro o, ancora, chi ha deciso di scrivere la sua storia su un quaderno. In tutti i casi l’anonimato è garantito: i vestiti esposti non sono quelli originali delle vittime, ma sono indumenti donati dagli studenti universitari per riprodurre l’outfit delle vittime emerso nei racconti.

Così accanto a una gonna nera e a un maglione rosso si legge: “Erano della mia compagna di stanza; me li ha prestati per il mio appuntamento. Ero così eccitata. Lui mi piaceva molto. Pensavo fosse un ragazzo gentile. Ma quando ho detto di rallentare e ho pianto, non si è fermato". E ancora, vicino a una maglietta da uomo e a un paio di pantaloncini: “È divertente; nessuno me l’ha mai chiesto prima. Mi chiedono se l’essere stato violentato significhi che sono gay, o se mi sono opposto o come ho potuto permettere che succedesse. Mai nulla sui miei vestiti”

Poche frasi, tutte d’impatto. I bilanci alla fine dell’esposizione sono stati positivi, come ha sottolineato Jen Brockman: “Molte vittime grazie alla mostra si sono ritrovate negli abiti esposti e hanno capito che non è stata colpa loro.” Ma il messaggio è arrivato diretto anche a tutti coloro che quella domanda, “Cosa indossavi?”, almeno una volta nella vita se la sono posta. Perché come ha ricordato Brockman “Non è l'abbigliamento che provoca una violenza sessuale, è la persona che fa del male”.

 

Ultimo aggiornamento: 1 Ottobre, 13:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA