Covid a Roma, il primario: «Terapie intensive piene, siamo costretti a scegliere a chi dare chance di vita»

Covid a Roma, il primario: «Terapie intensive piene, siamo costretti a scegliere a chi dare chance di vita»
di Lorenzo De Cicco
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Mercoledì 31 Marzo 2021, 06:40 - Ultimo aggiornamento: 09:59

Visto da qui, dal reparto Covid dell'ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma, il dibattito sulle riaperture, il giallo da far riapparire sulla cartina dello Stivale già dopo Pasqua, è un rumore di fondo sopraffatto dal sibilo dei respiratori, dallo sferragliare dei carrelli trasportati dagli infermieri. «Un mese fa avevamo posti a iosa. Ora siamo pieni», racconta Simone Bianconi, pneumologo, direttore del centro Covid dell'ospedale sulla Cassia, quadrante Nord della Capitale. «I letti? Siamo saturi», risponde. Al punto che quando arrivano i pazienti bisogna decidere a chi lasciare il posto in terapia intensiva.

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È capitato solo pochi giorni fa con una signora di 94 anni, contagiata dagli operatori no-vax nella casa di riposo di Fiano Romano. «Di fatto, si fanno delle scelte - riprende Bianconi - A quella età le possibilità che tu possa uscire da una gravissima insufficienza respiratoria sono bassissime. Noi la terapia intensiva la riserviamo alle persone che possono avere una chance di uscirne».
Professore, sono parole che impressionano. Come decidete? Conta solo l'età?
«No, decidiamo caso per caso, non è una questione meramente anagrafica. Certo, un ultra-novantenne è veramente anziano. Un soggetto più giovane può avere delle possibilità. Sia chiaro: non è che una persona molto anziana col Covid sia destinata al decesso, ma lo deve avere in una forma lieve, simile a un raffreddore. Se sviluppa una polmonite con un'insufficienza respiratoria grave, le possibilità sono scarsissime. Per un paziente di 90 anni o più, è anche una questione di eticità: portarlo in terapia intensiva significa sedarlo e far sì che il respiratore sostituisca il suo apparato respiratorio. Poi tornare indietro è molto difficile».
Alcuni scienziati sostengono che il Covid delle ultime varianti sia molto più aggressivo. E che contagi molti più giovani. È così?

«Posso raccontarle la nostra esperienza: la variante inglese oltre ad essere sicuramente più contagiosa sembra avere un tasso di aggressività maggiore. A ottobre il 50enne col Covid spesso se la cavava con una forma simile a un'influenza. Ora invece ha molte più possibilità di sviluppare una polmonite con un'insufficienza respiratoria grave. Stiamo ricoverando anche 20enni che hanno bisogno dell'ossigenoterapia. A ottobre non capitava».
È vero che mancano anestesisti e rianimatori nei reparti? Se è così, diventa difficile aumentare i posti letto, perfino nelle settimane più dure.
«Noi abbiamo dovuto sottrarre il personale della rianimazione alle attività ordinarie, chiudendo le sale operatorie, che ormai restano attive soltanto per le urgenze o per i tumori. Tutto il resto è stato chiuso. Non siamo riusciti a fare assunzioni».
Cosa è cambiato rispetto alla prima ondata?
«Un altro mondo, per le cure. Oggi usiamo altri farmaci, non somministriamo più l'idrossiclorochina, per esempio, mentre sfruttiamo l'eparina. Sono cambiati i tempi di intubazione. Quando è arrivato, il Covid-19, era un male sconosciuto. Oggi lo è molto meno».
Che momento state vivendo?
«La crescita dei posti letto è costante, ma ora siamo pieni. Ogni giorno dobbiamo dimettere pazienti per creare spazio. È un equilibrio molto delicato, molto sottile. Se penso a 30 giorni fa, avevamo posti in abbondanza. Ora siamo saturi».
Quanti posti letto avete?
«Siamo a 52, ma eravamo partiti da 20 quando abbiamo aperto, a marzo di un anno fa. Sono 40 letti nel reparto Covid ordinario, più 4 posti di terapia intensiva e altri 8 in sub-intensiva».
I malati gravi di oggi sono quelli di 2-3 settimane fa, prima delle chiusure più rigide della zona rossa? Il Lazio è appena tornato arancione.
«In buona parte sì. I vaccini stanno funzionando, oggi ricoveriamo pochi ultra-ottantenni, mentre a marzo e ad aprile 2020 erano la maggioranza, quasi tutti dalle Rsa. Ma per quanto riguarda la pressione ospedaliera, ancora non beneficiamo dell'effetto della campagna di vaccinazione. Abbiamo ancora tanti ricoveri, anche se l'età media si è molto abbassata. Oggi la maggior parte ha intorno ai 50-60 anni. C'è chi finisce in terapia intensiva anche a 52. Prima era molto più raro. Tanti guariscono. Ne cito uno: Alessandro, 55 anni, operaio. Quando è arrivato qui, di fatto, non aveva più i polmoni. L'abbiamo intubato, abbiamo trovato anche altre infezioni batteriche. Il quadro era disperato».
E invece?
«Grazie alla cura dei nostri medici e infermieri ha iniziato a migliorare. È stato estubato. Poi non ha avuto più bisogno dell'ossigeno e se n'è andato, camminava. Quel giorno non me lo scordo».

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