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Covid, quando fare il test? I sette sintomi individuati dallo studio inglese

Mercoledì 17 Febbraio 2021
Covid, i sette sintomi con cui si dovrebbe fare il test

Se ad oggi i test Covid vengono effettuati solamente in presenza dei sintomi classici del virus, i ricercatori britannici premono affinchè anche i nuovi sintomi Covid, recentemente individuati, vengano riconosciuti come condizione sufficente per effettuare una verifica di positività. Secondo il King's College di Londra e l'app Zoe Symptom Study, infatti, i test aggiuntivi effettuati in presenza dei nuovi sintomi potrebbero individuare in totale il 40% in più di casi Covid. Ma quali i segnali che indicano la necessità di sottoporsi ad un test?

Ad oggi, i tre sintomi classici con i quali le persone sono invitate ad effettuare un test molecolare PCR sono:

  • Tosse nuova e continua 
  • Febbre
  • Perdita di olfatto o gusto

Ma in aggiunta ad essi, gli ulteriori nuovi sintomi in presenza dei quali i ricercatori britannici invitano ad una verifica sono:

  • Stanchezza
  • Mal di testa
  • Mal di gola
  • Diarrea

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La principale preoccupazione legata al riconoscimento di questi nuovi sintomi come condizione sufficiente per un test Covid è che, se chiunque abbia un mal di testa si sottoponga ad un test, il sistema sanitario potrebbe risultarne sopraffatto. Il team di Zoe invita però chiunque manifestasse uno o più di questi sintomi a sottoporsi ad una verifica molecolare PCR e riconosce come, se si considerassero tutti e sette i sintomi come condizione sufficiente per effettuare un test, si passerebbe da 46 a 95 test negativi per ogni positivo individuato. La dottoressa Margaret McCartney, a tal proposito, ha proposto nel programma "Inside Health" della BBC Radio 4 un necessario un approccio "pragmatico", nel quale ciascuno dei 7 sintomi sia condizione sufficiente per effettuare un test nelle aree con alti livelli di contagio.

In risposta alle pressioni esercitate dai ricercatori, un portavoce del Dipartimento della sanità e dell'assistenza sociale britannica ha rassicurato sottolineando l'attenzione al monitoraggio dei nuovi sviluppi del virus: «Un gruppo scientifico di esperti tiene sotto controllo i sintomi del Covid-19. I sintomi principali sono stati accuratamente selezionati per catturare quelli che hanno maggiori probabilità di avere Covid-19, senza catturare un gran numero di persone che non lo fanno».

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Il team Zoe è stato inoltre il gruppo di ricerca che per primo ha identificato la perdita dell'olfatto e del gusto come un sintomo di Covid, permettendo la loro aggiunta all'elenco ufficiale dei sintomi del virus. L'individuazione era avvenuta grazie all'osservazione dei sintomi riportati dalle persone tramite l'app "Covid Symptom Study". Prendendo in esame i dati di oltre 120.000 adulti, di cui 1.200 risultati positivi, il team ha identificato i sette sintomi comuni che avrebbero maggior possibilità di essere indicativi della positività al Covid.

Ma la dottoressa Claire Steves, scienziata responsabile dell'app di tracciamento, ha affermato: «Quando i test PCR erano scarsamente disponibili, aveva senso limitarli. Ora nel Regno Unito abbiamo molti test disponibili, grazie a così tanti sforzi da parte dei laboratori di tutto il paese, e ogni persona positiva rilevata potrebbe salvare vite umane».

Il professor Tim Spector, che sta guidando il progetto Zoe, ha dichiarato: «Sappiamo che concentrare i test sulla classica triade di tosse, febbre e anosmia (perdita dell'olfatto) fa perdere il tracciamento di una percentuale significativa di casi». «Per noi, il messaggio per il pubblico è chiaro: "Se ti senti male da poco, potrebbe essere Covid e dovresti fare un test"». Ha aggiunto il professore, sottolineando come nuove varianti potrebbero causare sintomi diversi. 

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Lo studio dell'Imperial College

I test su tampone e i questionari raccolti tra giugno 2020 e gennaio 2021 nell'ambito dello studio REACT, condotto dall'Imperial College di Londra, hanno mostrato come avere uno qualsiasi dei nuovi sintomi o di quelli classici, da soli o in combinazione, era associato all'infezione da coronavirus, e maggiore il numero di sintomi manifestati, maggiore la probabilità che i sottoposti allo studio risultassero positivi.

«Questi nuovi risultati suggeriscono che molte persone con Covid-19 non vengono sottoposte a test - e quindi non si autoisoleranno - perché i loro sintomi non corrispondono a quelli utilizzati nelle attuali linee guida sulla salute pubblica per aiutare a identificare le persone infette», ha allarmato il Professor Paul Elliott, direttore del programma REACT all'Imperial.

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Sintomi a seconda dell'età

Lo studio, commissionato dal Department of Health and Social Care e svolto in collaborazione con Imperial College Healthcare NHS Trust e Ipsos MORI, ha inoltre rivelato variazioni nei sintomi a seconda dell'età. Mentre i brividi erano collegati a risultati positivi in ​​tutte le età, il mal di testa era maggiormente segnalato nei giovani di età compresa tra 5 e 17 anni, la perdita di appetito tra i 18-54 e 55+ e i dolori muscolari nelle persone di età compresa tra 18 e 54 anni. I bambini  infetti di età compresa tra 5 e 17 anni avevano invece meno probabilità di riportare febbre, tosse persistente e perdita di appetito rispetto agli adulti.

I ricercatori stimano che gli attuali test raccoglierebbero circa la metà di tutte le infezioni sintomatiche, ma con l'inclusione dei nuovi sintomi aggiuntivi individuati, i test potrebbero portare alla luce fino a tre quarti delle infezioni da Covid. Il professor Paul Elliott, direttore del programma presso l'Imperial, ha dichiarato:«Siamo consapevoli della necessità di criteri di verifica chiari e che l'inclusione di molti sintomi che si trovano comunemente in altre malattie come l'influenza stagionale potrebbe rischiare che le persone si autoisolino inutilmente, ma spero che i nostri risultati aiutino ad identificare più persone infette».

Nuovi sintomi della variante del coronavirus

La ricerca ha inoltre analizzato come l'emergere della nuova variante di coronavirus del Regno Unito, fosse collegata ad un diverso profilo di sintomi: con l'aumentare della diffusione della variante inglese tra i contagiati, secondo lo studio, si sarebbe assistito all'aumento percentuale di persone risultate positive con tosse persistente e ad una diminuzione di "perdita e cambiamento di olfatto" come fattori predittivi di positività.

I ricercatori hanno confrontato i dati sui sintomi raccolti per lo studio REACT tra novembre e dicembre, quando la PHE ha stimato che la variante costituisse circa il 16% delle infezioni, con i dati sui sintomi raccolti a gennaio, quando si stima che ben l'86% delle infezioni provenisse dalla variante. Nonostante i sintomi fossero sostanzialmente simili nei due diversi periodi, a gennaio, rispetto a novembre-dicembre, la perdita o il cambiamento dell'olfatto era meno predittivo della presenza del COVID-19, mentre la percentuale di persone risultate positive con una tosse persistente sembrava essere aumentata, in linea con risultati da ONS.

«Con il progredire dell'epidemia e l'emergere di nuove varianti, è essenziale continuare a monitorare come il virus colpisca le persone in modo che i programmi di test soddisfino le mutevoli esigenze», ha affermato il dott. Joshua Elliott, della School of Public Health dell'Imperial College di Londra. «Ci auguriamo che i nostri dati aiuteranno a fornire indicazioni per i test e sistemi per identificare meglio le persone che dovrebbero fare un test Covid-19 in base ai loro sintomi».

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