Roma, escono dal carcere dopo 28 anni per recitare Dante: i 3 detenuti sono in regime di massima sicurezza

Il progetto dell'università Roma Tre: i tre detenuti sono usciti ieri per la prima volta in 28 anni

Roma, escono dal carcere dopo 28 anni per recitare Dante: i 3 detenuti sono in regime di massima sicurezza
di Flaminia Savelli
4 Minuti di Lettura
Venerdì 26 Novembre 2021, 06:33 - Ultimo aggiornamento: 20:38

Si sono esibiti nell'aula magna dell'Università degli studi di Roma Tre portando in scena la Divina Commedia di Dante Alighieri. Gli attori sono tre detenuti di Rebibbia, reclusi in regime di massima sicurezza, che ieri pomeriggio per la prima volta dopo 28 anni hanno avuto il permesso di lasciare il penitenziario per tre ore. Sono usciti sotto scorta con un'autorizzazione per lavoro all'esterno in occasione, appunto, dello spettacolo del regista Fabio Cavalli. «Portiamo l'inferno in paradiso» ha commentato il rettore Luca Pietromarchi annunciando l'incontro. Una prima assoluta. Ma non per gli interpreti già protagonisti di Cesare deve morire. La pluripremiata pellicola del 2012 di Paolo e Vittorio Tavani. Il film narra la messa in scena di un altro classico della letteratura, Giulio Cesare di William Shakespeare, dai carcerati di Rebibbia. Gli stessi che fanno parte della compagnia del Teatro Libero di Rebibbia e che ieri hanno prestato la loro voce al Conte Ugolino, a Ulisse e a Paolo e Francesca. Per la rappresentazione che si inserisce nel convegno internazionale Dante e le grandi questioni escatologiche, a cura della Pontificia commissione dantesca. «Un'esperienza significativa quella del teatro nel carcere - ha sottolineato il cardinale Gianfranco Ravasi- per questo abbiamo voluto una rappresentazione di un'opera fondamentale per la cultura universale».
I protagonisti - Filippo Rigano, Giovanni Colonia, Francesco De Masi - si sono alternati accompagnati al pianoforte dal maestro Franco Moretti portando in scena non una semplice lettura, ma una recitazione attraverso le traduzioni dialettali.

Torino, uccise il padre a coltellate per difendere la mamma: assolto Alex Pompa. Il fatto non costituisce reato

Video


«DANTE LATITANTE FIORENTINO»
Quindi le interpretazioni in dialetto napoletano, calabrese e siciliano «per rendere ancora più realistico il parallelismo tra condannati e dannati» ha spiegato il rettore Pietromarchi. «La realtà del carcere - ha aggiunto il rettore- è dolore, paura e rimorso. Ma è anche il senso di un percorso, un cammino di liberazione e oggi Dante vi ha portato fuori dal carcere».
I detenuti hanno aperto la scena con i versi del Purgatorio del cavaliere Manfredi: «Orribil furon li peccati miei, ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei».
Hanno poi via via narrato i canti dell'Inferno dantesco, spiegando: «La descrizione delle colpe nella cantica è minuziosa, come un codice penale. Esistono categorie e sotto categorie come in carcere. Nel sistema giudiziario dantesco saremo i dannati, i diavoli. Eppure oggi siamo qui davanti a voi. Quindi tanto dannati non siamo e il nostro carcere non è l'inferno, piuttosto è un purgatorio».

 


IN SCENA
Per chiudere lo spettacolo, gli attori hanno rappresentato - in dialetto napoletano - il V canto dell'Inferno dove il poeta fiorentino confina i lussuriosi. Hanno perciò ripercorso recitando i versi più celebri della drammatica storia degli innamorati, Paolo e Francesca: «Anche noi in carcere siamo come Paolo e Francesca - hanno spiegato - perché in galera l'amore è proibito per legge. Quando incontriamo le nostre mogli in parlatorio un' ora a settimana e ci stringiamo le mani, in quel momento ognuno di noi è Paolo». Al termine dello spettacolo, commossi e ancora emozionati, i detenuti sono stati scortati nel penitenziario.

© RIPRODUZIONE RISERVATA