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Roma, così i narcos evitano la galera: si fingono tossici e “soggiornano” nelle comunità

Malavitosi ambiscono alla comunità quasi fosse un soggiorno in hotel: scelta la struttura, basta pagare la retta. E i soldi non tardano ad arrivare

Roma, così i narcos evitano la galera: si fingono tossici e soggiornano nelle comunità
di Alessia Marani
4 Minuti di Lettura
Martedì 28 Giugno 2022, 19:55 - Ultimo aggiornamento: 20:03

Una volta c’erano le perizie psichiatriche che i componenti della Banda della Magliana si compravano per passare dal carcere in clinica. Clamorosa fu l’evasione da “Villa Gina” dell’ex boss Maurizio Abbatino che aveva ottenuto dal controverso professore Aldo Semerari una relazione sul suo stato di salute mentale, tanto squilibrato sulla carta da fargli evitare la galera ma altrettanto incompatibile con il profilo del criminale di rango, astuto e intelligente quale “Crispino” - il “Freddo” di Romanzo Criminale - era.

Passano gli anni, cambiano gli stratagemmi. E ora per le mani dei giudici e del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, fioccano i certificati che attestano la tossicodipendenza di una sempre più vasta, e sospetta, platea di narcos-consumatori di droghe. Malavitosi ambiscono alla comunità quasi fosse un soggiorno in hotel: scelta la struttura, basta pagare la retta. E i soldi non tardano ad arrivare.


LE INFORMATIVE

La convinzione, avvalorata da informative di polizia e carabinieri approdate in Procura, è che l’iscrizione al Sert non sia altro che il primo passo per l’ottenimento di un lasciapassare che garantisca, successivamente all’arresto, il pretesto (sfruttando la legge) per chiedere la misura alternativa al carcere in una delle tante (meglio se già collaudata) comunità di recupero. «Ormai sono tanti, troppi, gli esponenti della criminalità organizzata, anche in odore di mafia, legati a ‘ndranghetisti o a epigoni della Camorra che godono di questo beneficio - denuncia Edoardo Levantini, presidente del Coordinamento antimafia di Anzio e Nettuno, territorio di pesanti infiltrazione - circostanza che fa pensare a un preciso sistema. L’obiettivo? Continuare a intessere relazioni, rapporti con altri pregiudicati e proseguire nei loschi affari che rischiavano di essere interrotti, rafforzando con la presenza la propria forza intimidatrice».

Spiega agli inquirenti il collaboratore di giustizia Alessandro Palone nell’ambito di una inchiesta della Procura su un grosso giro di spaccio a Tor Bella Monaca a proposito del capo-piazza Christian Careddu: «Diceva spesso che avendo l’iscrizione al Sert, e lui infatti era iscritto, si potevano avere, in caso di arresto, grossi vantaggi, potendo avere accesso alla comunità». Da chiarire il ruolo dei camici bianchi. Anche qui il sospetto è che ci possano essere figure compiacenti, ma non mancherebbero minacce o aggressioni. “Pressioni” sarebbero state segnalate nei Sert di Ostia e del Tuscolano, mentre uomini sedicenti «amici di quelli arrestati e usciti sui giornali» si sarebbero presentati nello studio di un dottore dell’area Tiberina per chiedere certificati ad hoc.

 

I pm, nella richiesta di misure cautelari per i Longo e i Moccia sempre di Tor Bella riferiscono le parole di un altro pentito: «Quasi tutte le persone che lavorano per Longo con ruolo di gestione sono iscritte al Sert ma non fanno uso di sostanze. L’iscrizione serve per andare in comunità (...) Non so se lui avesse particolari conoscenze al Sert, so però che usava mischiare all’urina prelevata per l’esame, droga in modo da dare la positività. Mi ha detto che era semplice eludere il controllo del dottore. Per lo stesso motivo frequentava una comunità in zona Palombara, sperava così, in caso di arresto di potere essere rimesso in libertà».

Boss e luogotenenti del crimine romano continuano a postare sui social le foto di compleanni e festicciole trascorse allegramente nei centri per la misura alternativa e c’è persino chi, come accaduto per l’ospite di una struttura in Campania, ha avuto la “gentile concessione” di potere ricevere la moglie per tutto il tempo che voleva. Fatto che gli è valso il ritorno dietro le sbarre. L’elenco dei narcos che hanno usufruito o stanno usufruendo della misura alternativa è lungo: era stato in comunità l’ex capo ultrà della Lazio, Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, così gli amici Fabrizio Fabietti, ma anche Ugo Di Giovanni, legato ai Senese, e Romano Malagisi, di Nettuno. Mentre Marco Esposito, meglio conosciuto come “Barboncino”, boss di Ostia, a marzo è stato stroncato da un infarto mentre era ospite della comunità “Il Merro” di Palestrina. Nel 2011 nella lente della Squadra mobile finì, invece, Villa Lauricella, da dove evase Leandro Bennato, nipote del “Gattino” Walter Domizi. «Quantomeno nelle comunità - continua Levantini - andrebbero rafforzati i controlli».

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