CORONAVIRUS

Lazio, interventi sospesi e allarme dei chirurghi: mille malati oncologici inoperabili

Sabato 5 Dicembre 2020 di camilla mozzetti

Non è tanto e solo un problema di ritardi, di interventi chirurgici che sono stati e continuano ad essere posticipati. Nell'anno che sta per concludersi caratterizzato dalla pandemia del Covid-19 moltissime persone si sono tenute lontano dagli ospedali per paura di contrarre il virus. Anche per apparenti "banali" visite di controllo. Questo ha comportato un ritardo sia sulle diagnosi che sugli interventi in sala operatoria. Il risultato finale però non cambia, al contrario. Diventa drammatico. Nel Lazio all'incirca mille malati oncologici non saranno più operabili. L'allarme lo lancia il Collegio nazionale dei Chirurghi che ha fotografato la situazione sul piano degli interventi compiuti in sala operatoria dalla scorsa primavera ad oggi.

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Lo spiega bene il professor Filippo La Torre ordinario di Chirurgia generale all'università Sapienza di Roma, direttore dell'Uoc di Chirurgia d'urgenza del Policlinico Umberto I nonché past-president e attuale membro del direttivo del Collegio nazionale dei Chirurghi: «Il paziente con un cancro che non si è fatto visitare a marzo a luglio è diventato inoperabile». Poi c'è tutto il resto che va recuperato perché sempre per la refrattarietà dei pazienti e per la necessità di sospendere la chirurgia di elezione al fine di recuperare posti letto per il Covid, il Lazio si trova oggi a dover recuperare dallo scorso marzo «circa 60mila interventi chirurgici che sono stati sospesi, rimandati e non ancora recuperati cui si sommano i nuovi casi odierni - prosegue La Torre - più circa 10mila oncologici». Tra quest'ultimi almeno mille saranno inoperabili. 

A titolo esemplificativo per dare una profondità di lettura dei numeri «Fino a giugno dall'inizio della pandemia - analizza ancora La Torre - nell'Unità operativa complessa di chirurgia d'urgenza abbiamo operato l'84% in meno dei pazienti rispetto allo stesso trimestre (marzo, aprile, maggio) del 2019 ma questo non perché non siamo attrattivi molto è dipeso dal fatto che che la gente non è venuta, non si è fatta visitare, ha trovato degli ostacoli». In estate le urgenze sono triplicate perché l'ordinario della primavera non operato è diventato straordinario e d'urgenza a partire da luglio. Per intenderci: l'ernia intasata di marzo e non trattata chirurgicamente è diventata un'ernia strozzata a giugno e urgente.

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Tolto il settore oncologico molti degli interventi che andranno recuperati riguardano la Ginecologia, l'Urologia, l'Otorino-laringoiatria ma anche gran parte dell'attività chirurgica in "day-hospital" e ambulatoriale. «Settori questi che sono ancora fermi» puntualizza La Torre che aggiunge: «Nella chirurgia ambulatoriale per esempio vengono svolti interventi come la rimozione delle emorroidi, ragadi, fistole, ernie ma anche nodulini della mammella e da febbraio quest'attività si è fermata». Il problema degli interventi chirurgici saltati o non recuperati riguarda tutti gli ospedali laziali dal momento che le strutture hanno dovuto rimodulare i propri reparti per far posto ai malati Covid.

Quanto tempo ci vorrà per rimettere in pareggio i conti sugli interventi non eseguiti? «Il fattore temporale - conclude La Torre - va considerato in riferimento a strutture, posti lesto, professionisti disponibili». Di certo «Non si potrà ripartire con le stesse condizioni precedenti alla pandemia, rischiamo di perderci tantissimi pazienti. Si dovrebbe raddoppiare tutto: dai posti di degenza ai chirurghi sul campo». In sostanza servirebbero almeno mille chirurghi in più sui mille oggi presenti nell'intero territorio regionale, la capacità di operare non solo su turni di 12 ore ma anche di 24 ore, e avere la certezza di strutture disponibili allo scopo. Solo in questo modo le cose potrebbero cambiare a favore anche di pazienti no Covid.

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Ultimo aggiornamento: 17:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA