Tangenti al Parlamento europeo, i timori per Expo 2030 Roma e l’Italia: vigilare. La Capitale teme interferenze: la rivale più temuta è l’Arabia Saudita

Il sistema elettorale prevede tre voti. Pesa ancora lo scotto delle Olimpiadi 2004

I timori per Expo 2030 Roma e l Italia: vigilare. La Capitale teme interferenze: la rivale più temuta è l Arabia Saudita
di Francesco Pacifico e Francesca Pierantozzi
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Venerdì 9 Dicembre 2022, 23:52 - Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre, 01:06

Alla Farnesina, in Campidoglio o tra ambienti vicini al comitato organizzatore di Roma Expo 2030 la parola d’ordine è «vigilare» nella corsa che vede la Città eterna contrapposta alla saudita Riad, alla coreana Busan e all’ucraina Odessa. Nessuna dichiarazione ufficiale, ma è diventato un campanello d’allarme lo scandalo scoppiato all’Europarlamento, a Bruxelles, su presunti regali, mazzette e pressioni da parte del Qatar per ottenere i mondiali di calcio ora in corso. Tra i promotori della candidatura capitolina all’Esposizione universale del 2030 (governo, Comune e lo stesso comitato) nessuno pronuncia la parola “corruzione”. Ma come insegna l’esperienza qatariota, è forte il timore per la forza dei sauditi, che si traduce in un’illimitata quantità di denaro (Roma ne ha al momento appena una trentina di milioni) e rapporti politici scanditi anche dalle forniture energetiche. Oltre, in quest’ottica, si sono mosse Busan e Odessa: le loro delegazioni avrebbero sottolineato al Bie - il Bureau international des Expositions di Parigi che decide a chi assegnare la manifestazione - che «Ryad si muove in maniera parallela» rispetto alle regole d’ingaggio. Tradotto, si muove in via diplomatica soltanto in chiave bilaterale promettendo faraonici progetti di cooperazione e investimento (costruisce moschee e ospedali come garantisce petrolio); non incentra la sua campagna sul tema scelto per la manifestazione ma magnifica soprattutto le sue bellezze e il nuovo corso del Regno; propone ai Paesi elettori componenti del Bie persino di costruire i futuri padiglioni. In più si batte per una votazione finale a scrutinio segreto, mette in campo strutture finanziarie diverse anche in termini di compliance da quelle occidentali, e vuole sempre nel 2030 anche ospitare i mondiali di calcio.

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GLI EQUILIBRI 

Il Bie è composto da 160 Paesi. Per scegliere la sede dell’Expo il “sistema” elettorale prevede tre votazioni (prima si selezionano tre città, poi due, infine una) che finisce per acuire e drammatizzare trattative nelle quali si sovrappongono diplomazia e accordi economici. Si decide a fine 2023 e Riad avrebbe fatto sapere informalmente di avere a disposizione già una sessantina di voti: numeri spropositati, anche se ha già incassato l’appoggio di Francia e Sud Africa (ci sono dubbi invece su un via libera cinese) starebbe molto più indietro. Ma più avanti di Roma e Busan. Certi sono alcuni accordi di cooperazione e commerciali con Cuba, il Pakistan, lo stesso Sud Africa o il Sudan. E persino con la Corea.

A Roma qualcuno ricorda ancora che cosa successe nel 1997, quando la delegazione italiana al Cio, al Comitato internazionale olimpico, arrivò all’assemblea decisiva convinta che i Giochi del 2004 si sarebbero tenute nel Belpaese e invece finirono per ragioni ancora poco comprensibili in Grecia. Parlando informalmente con chi sta portando avanti la candidatura capitolina per Expo 2030 c’è ottimismo, perché il progetto presentato al Bie dovrebbe essere quello più bello e più aderente agli aneliti di ecosostenibilità chiesti dal Bureau anche per il post manifestazione. I padiglioni, dopo il 2030, diventeranno centri di ricerca. Si ripete con la stessa convinzione che la maggioranza dei Paesi del Bie non ha ancora deciso e di essere ancora in partita grazie alla capillare rete diplomatica italiana nel mondo e a progetti di cooperazione, dove abbiamo un’esperienza più che cinquantennale. 

LA STRATEGIA

Durante l’ultima assemblea al Bureau, gli italiani (con in testa il sindaco Gualtieri) hanno sottolineato l’importanza etica dell’esposizione, rivendicando sia l’importanza del rispetto dei diritti umani e di quelli sindacali. Un riferimento neppure tanto velato alle polemiche scoppiate in Qatar per l’organizzazione del Mondiale. Per la cronaca, questo argomento non peserà più di tanto nelle scelte dei Paesi componenti del Bie (molte non sono democrazie consolidate), ma più decisivo sarà giocare sulla capacità del Paese di fare sistema. Il governo Meloni ha già dato il suo pieno appoggio e non solo sulla “campagna estera”. Intanto ricorda Paolo Glisenti, commissario generale dell’Italia a Expo Osaka-Kansai 2025: «Quello che faremo nell’anno che verrà, la preparazione del progetto italiano e del padiglione, sarà un elemento che influenzerà il voto per Expo 2030: non solo il voto del Giappone ma anche quello di altri paesi che ci guarderanno. Ne siamo ben consapevoli».

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