I Trattati di Roma/ L’ultimo sussulto per arginare i populismi

di Marco Gervasoni
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Martedì 7 Marzo 2017, 00:05

Difficile trovare un luogo più sfarzoso e solenne della reggia di Versailles, dove ieri si è tenuto l’incontro informale tra Francia, Italia, Germania, e Spagna sul futuro della Ue. Raramente quegli stucchi dorati hanno portato bene: l’omonimo trattato del 1919 fu un disastro per l’Italia e per il mondo, e anche quando Mitterrand, nel 1982, vi riunì il G7, il summit fu un flop. Per di più imperversa in queste ore in Francia un clima da fine impero, scandito dalla vocazione suicida della classe politica. Eppure Hollande, sfidando la superstizione, ha scelto questa sede proprio a significare l’importanza dell’evento, per definire la sua idea di Europa, e lasciarla in eredità al suo successore. Come il presidente francese ha spiegato nell’intervista a diversi giornali di ieri, l’Ue deve ripartire con queste parole chiave: «sovranità europea», «frontiere», «cultura» e «comunità di spirito». Hollande è stato certamente più efficace e più ricco di visione nella politica estera che in quella interna: e il suo disegno, per quanto poco più di un augurio, è stato condiviso dai partner invitati nella reggia voluta dal Borbone Luigi XIV, il Re Sole.

I quattro di Versailles sono infatti i principali Paesi rimasti dopo l’uscita del Regno Unito. Non è tanto questione di padri fondatori, visto che la Spagna è entrata nella Comunità solo nel 1986. È questione di cultura: le quattro nazioni abbracciano l’identità prettamente occidentale dell’Europa, il nucleo culturale del suo progetto.
E, soprattutto, dopo l’uscita di Londra, ne ospitano i principali eserciti. Il rilancio della Ue auspicato da Hollande a partire dall’incontro di Roma del 25 marzo dovrà infatti prima di tutto fondarsi sulla costruzione di una difesa europea. Al tempo stesso, il vertice informale di Versailles è anche il primo esempio, per ora più simbolico che operativo, dell’Europa a «geometria variabile» lanciata da Merkel e condivisa da Hollande, oltre che dall’Italia. Uno schema capace di superare il tradizionale blocco franco-tedesco che, nella storia della integrazione europea, è stato fondamentale ma sembra aver esaurito tutte le cartucce.

Non sappiamo come si chiamerà l’ordine nuovo, ma l’Italia vi è fin d’ora presente e tale deve restare. Lo ha spiegato chiaramente nella conferenza stampa Gentiloni, insistendo sulla necessità dei «diversi livelli di integrazione» e sulla difesa comune anche come protezione dei confini, per la «regolazione» dell’immigrazione. L’entusiasmo verso l’impresa non deve tuttavia far perdere lucidità sugli ostacoli che la minano. Il libro bianco di Juncker, con le sue cinque opzioni lasciate aperte, dimostra infatti che la Commissione non sembra voler giocare alcun ruolo, lasciando decidere ai singoli Stati. La soluzione a «geometria variabile» non pare inoltre richiedere di riscrivere i trattati, un tema ostico soprattutto per Berlino. Ma solo per ora: ai trattati bisognerà comunque rimettere mano. Per non parlare della freddezza dei paesi del blocco orientale, ostili sul versante dell’immigrazione e interessati a accordi militari separati con gli Usa, e magari con Putin (come l’Ungheria). Né può essere scongiurata l’ipotesi più estrema: che l’Europa salti per decisione del successore di Hollande, se questi si dovesse chiamare Marine Le Pen. Scenario quest’ultimo su cui i politici italiani non possono nulla. Però dovrebbero almeno loro cercare di non suicidarsi e tentare di puntellare il nostro sistema istituzionale e le fondamenta dell’economia. Sarebbe davvero una beffa, infatti, se alla fine, come prevedono malignamente diversi giornali inglesi, a far crollare l’Europa dovessimo essere noi.

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