LUIGI DI MAIO

Quel braccio di ferro su imam e moschee

Lunedì 14 Maggio 2018 di Mario Ajello
dal nostro inviato
MILANO Grillini più ottimisti, leghisti più scettici. Si procede, certo. Si va avanti, ovvio: anche perché Mattarella aspetta il pacchetto di nomi e di programmi da contratto e non ci si può presentare sul Colle a mani vuote. Il problema però è che dire «stiamo chiudendo tutti gli accordi sui vari temi e mancano soltanto le virgole», come tra i lumbard afferma il capogruppo al Senato, Centinaio, non significa che lo spartito stia andando liscio. Anzi, lo stesso Centinaio non nasconde una sensazione che stanno avendo molti di loro lungo questo negoziato che oggi continuerà a Roma: «I grillini mi sembrano su molte cose un po' naive». E un altro degli sherpa di Salvini, seduto al tavolo al 23esimo piano del Pirellone, esce dalla stanza per aggiornare telefonicamente i colleghi lombardi su come procede la discussione e dice loro: «Mi sembra di partecipare a un seminario accademico. Ma questi grillini lo sanno che la politica è poca teoria e molta pratica? Forse non lo sanno, visto che non sono abituati ad amministrare niente, e quando lo fanno.... beh i risultati di Roma li conosciamo tutti!». Ciò non significa che il clima della trattativa sia stato teso. Tutt'altro.

Ma a parte la chimica tra le persone - alcuni di quelli seduti al tavolo del Pirellone saranno ministri dello stesso governo - trovare una lingua comune tra negoziatori del Carroccio e colleghi M5S si è rivelato arduo. E il rischio di rompersi l'osso del collo, quando si passerà dalla carta notarile al voto dei provvedimenti in consiglio dei ministri, va messo nel conto. Per esempio sull'Islam. Quando al tavolo si è parlato di moschee, la divaricazione tra i contraenti è diventata abissale, al punto che il tema è stato derubricato alla seduta di oggi. Il leghista Molteni insiste sul fatto che le moschee devono essere aperte soltanto in seguito ad accordi stringenti tra l'Italia e i Paesi islamici mentre i grillini sono apparsi di manica più larghi. Più sensibili alla sirena del multiculturalismo, che non appartiene affatto al Dna del Carroccio.

E ancora: «Le prediche dovranno, per legge, essere in italiano», chiedono i leghisti. I grillini storcono la bocca, e considerano quasi una censura culturale questo tipo di impostazione. Il registro degli Imam trova tutti d'accordo. Ma le due sensibilità e i due approcci alle questioni religiose e di convivenza socio-culturale, nel governo giallo-verde, dovranno faticare non poco per trovare una sintesi. Lo stesso discorso vale - «Siamo lontani anni luce», concordano dalle due parti del tavolo - a proposito di sicurezza, rimpatri forzati (tema su cui parte dell'elettorato grillino è molto a sinistra) e legittima difesa. «Loro dicono che noi siamo dei sociologi buonisti - si sfoga dopo il vertice uno della delegazione grillina - ma loro sembrano sbirri». Si andrà verso maggioranze variabili, su questi argomenti, in Parlamento? Chissà. L'importante è che il governo parta e tutti lo vogliono far partire. Intanto, i leghisti fanno un po' i fratelli maggiori dei grillini.

PARTITO PIÙ ANTICO
«Noi siamo pur sempre il partito più antico di quelli rappresentati in Parlamento», motteggia Calderoli e ha ragione. E governano pure una metà dell'Italia. Sulle Infrastrutture, di cui potrebbe diventare ministra la grillina Laura Castelli, le distanze ci sono. E derivano anche dalle diverse culture ecologico-ambientaliste dei due partner del neo-governo, se il governo si farà, come parrebbe proprio. E non certo un governo No Tav. Anzi su molti temi, quelli securitari anzitutto, l'impronta di destra sembra prevalente sulla predicazione di sinistra. E del resto è un esecutivo che avrà spesso bisogno dell'astensione benevola di Forza Italia.

Ma ecco, a un certo punto, che rimbalza sul tavolo, quasi per caso, il nome dell'ex ministro Tremonti, che fu considerato il campione della finanza creativa. «Le coperture che mancano per reddito di cittadinanza zia e Fiat Tax si troveranno - assicura uno dei negoziatori - magari stampando un po' di moneta in più, come fanno in Giappone o si ci può inventare qualcos'altro». «Ma allora dobbiamo richiamare Tremonti!», è la spiritosa trovata di uno degli sherpa lumbard. Per fortuna Salvini, che non ama granché l'ex ministro, è appena andato via. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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