Pd, oggi la direzione: tregua armata tra i dem. «Ma c'è la carta Delrio»

Lunedì 12 Marzo 2018 di Marco Conti
Delrio e Renzi (ansa)

La guerra dei numeri e di chi sta con chi occupa i ragionamenti degli appassionati del cencelli, ma nel Pd del dopo 4 marzo, e che oggi si ritroverà nella riunione della direzione, prevale l'istinto di conservazione. L'entità della sconfitta elettorale costringe anche la minoranza interna e coloro che non hanno condiviso tutte le scelte di Matteo Renzi, ad abbassare i toni perché, come sostiene il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, «è il momento di dare tutti una mano a Maurizio Martina in questa fase di difficile transizione».

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LA PUNTA
Il «mai» ad un governo con Di Maio o Salvini premier ricompatta il partito, ma il percorso per arrivare all'assemblea del Pd che dovrà individuare il nuovo segretario, è ancora da scrivere. A frenare sul nome di Graziano Delrio come possibile reggente sino alle primarie e al congresso è il diretto interessato. Il ministro delle Infrastrutture non si è candidato alla segreteria e non intende fare il segretario di un partito che va alla conta anche per eleggere un reggente. Delrio è sostenuto da Renzi e Franceschini mentre Orlando punta su Zingaretti e spinge per una gestione collegiale del partito che significa un ridimensionamento di Renzi.

La cartina di tornasole per la minoranza interna viene considerata l'elezione dei due capigruppo che avverrà entro il 27 del mese con votazione a scrutinio segreto. Anche se dimissionario, l'ex segretario continua ad avere, soprattutto al Senato, la maggioranza. Tocca quindi a Renzi, secondo Orlando, Cuperlo ed Emiliano, dare segnali di disponibilità costruendo le condizioni per un'elezione unitaria dei due capigruppo. Alla Camera Lorenzo Guerini sembra avere le caratteristiche inclusive che la situazione richiede. Al Senato la partita è però ancora aperta perchè i renziani hanno la maggioranza e potrebbero imporre un renziano doc come Marcucci. In alternativa si lavora sul nome della Bellanova, ora sottosegretaria, vicina ad Orlando ma in buoni rapporti anche con l'ex premier.

Oltre l'ormai ex segretario del Pd non intende andare anche se le pressioni sono forti con il rischio di ripercussioni nella scelta del segretario-reggente che allontanerebbero la soluzione Delrio e renderebbero più concreta quella di Martina. Con Zingaretti pronto a scendere in campo solo al congresso. Sulla necessità di far slittare primarie e congresso sono tutti d'accordo. «Se lo facessimo a breve non troveremo nemmeno chi monta i gazebi», è la riflessione dell'amareggiata Sandra Zampa, deputata uscente e non rieletta. Bene lo slittamento, «ma massimo un anno», sostiene l'orlandiano Daniele Marantelli.

IL CAMPO
Sul fronte del governo il Pd si mostra per ora compatto e pronto a riconoscere che la palla è in mano a 5S e Lega che continuano a proclamarsi vincitori anche se non hanno i numeri per comporre una maggioranza. La convinzione dei Dem è che servirà molto tempo prima che grillini e centrodestra capiscano che con Di Maio e Salvini non si va da nessuna parte. Resta però un'incognita. Ovvero cosa accadrà tra i dem qualora il Quirinale - al termine di una lunga fase esplorativa - chiedesse a tutti i partiti, compreso il Pd, di sostenere un governo del presidente. Magari solo per fare la manovra e rimettere mano alla legge elettorale.

Ultimo aggiornamento: 13:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA