Giorgetti e lo sgarbo degli alleati: così il suo piano B ha spiazzato il M5S

Mercoledì 19 Settembre 2018 di Simone Canettieri

ROMA Lunedì sera quando hanno fatto leggere a Giancarlo Giorgetti le agenzie di stampa con le dichiarazioni di Simone Valente, anch'egli sottosegretario a Palazzo Chigi e responsabile sport del M5S, il pur mite braccio destro di Salvini ha perso le staffe. Il giorno dopo - ieri - avrebbe dovuto parlare lui - e «non altri» - in Senato a nome del governo sulla candidatura italiana alle olimpiadi invernali 2026. Invece, Valente ha giocato d'anticipo prendendo le difese della grillina Torino e aprendo il fronte, a nome del governo, contro Milano. «C'è lo zampino di Di Maio, dietro», hanno subito commentato nell'entourage leghista.

I SOSPETTI
D'altronde il fuoco sui Giochi è arrivato in concomitanza con il vertice sulla manovra: tanto che è balenata l'ipotesi di convertire il tesoretto di 600 milioni dai cinque cerchi alle misure del reddito di cittadinanza. Materia, questa sì, che sta molto a cuore ai pentastellati, e che tanto li sta facendo tribolare. Appena scattato l'allarme è partita la triangolazione tra il presidente del Coni Giovanni Malagò (che ha appreso la notizia durante una visita con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella all'isola d'Elba) e il resto delle città interessate a non perdere l'evento. Il tutto con la regia politica di Giorgetti che, su mandato di Salvini, ha fatto il possibile per portare a casa comunque sia il risultato. Anche se la strada - almeno dal punto di vista economico - sarà molto tortuosa.

E così è scattato il piano B con l'asse leghista dei governatori di Veneto e Lombardia, Luca Zaia e Attilio Fontana. E con, soprattutto, Beppe Sala, sindaco dem di Milano, pronto a stringere il patto pur di non perdere quest'occasione. Al contrario, Chiara Appendino lunedì sera ha preferito non parlare.
Ieri Giorgetti, con la soluzione già in tasca, ha tirato giù il sipario sullo «schema a tre», prospettando per Milano e Cortina un corsa senza sostegno economico dello Stato. Sicché Torino ha di nuovo colto la palla al balzo per ribadire il proprio no all'operazione anche in solitaria. Spiegando che, senza l'appoggio economico del governo, noi non possiamo farcela». Caso chiuso.

Dalle parti di Palazzo H erano sicuri che sarebbe finita così. Il travaglio con la giunta M5S è stato per molti versi molto simile a quello già vissuto con Virginia Raggi a Roma, proprio due anni fa. I rapporti anche in questo caso sono stati sempre molto tesi: a Torino il comitato «del no» ai Giochi si chiama Cono. E ha come simbolo la mole Antonelliana rovesciata che poggia su cinque cerchi di gelato che si sciolgono.
Inoltre, proprio lunedì, la città piemontese è stata l'unica a non girare a Giovanni Malagò il protocollo d'intesa per l'accordo a tre. Segno che una decisione era già stata presa e ben meditata ai massimi livelli. C'è però ora anche l'altra faccia di questa medaglia.

I vertici del M5S, ormai a partita persa, hanno subito iniziato ad accusare la Lega di aver giocato di sponda con il Pd. E cioè con Beppe Sala. Un forno inedito, dopo quello già aperto con Forza Italia, che dal Carroccio minimizzano: «Sui territori noi siamo abituati a pensare al pragmatismo di chi fa le cose. Al di là del colore politico». Sarà anche così. Ma quando ieri sera - dopo la visita di Malagò a Giorgetti a Palazzo Chigi - è scattato il via libera alla doppia candidatura molti parlamentari vicini a Di Maio hanno masticato amaro. Con ragionamenti di questo tipo: «Va bene, si fa per dire, Berlusconi e tutta la partita sulla Rai, ma adesso siamo arrivati anche all'intelligenza con il Pd: ma come si fa?». Sono questi gli effetti collaterali, ma poi non tanto secondari del Piano B scattato d'urgenza l'altra sera. Una mossa vista dai leghisti come necessaria. Perché, come ha detto Salvini, «sarebbe un peccato» perdere questo treno. Una stretta a tenaglia che vista dall'entourage di Di Maio suona come un tradimento a favore di un asse inedito tra Lega e democrat. Nel mirino finisce anche Malagò accusato di essere il cerimoniere di questo accordo in compagnia di Giorgetti. Tanto che quando Di Maio ha capito il gioco ha iniziato a bombardare il Comitato olimpico sugli sprechi, un fronte inedito tra la massima istituzione dello sport italiano e il vicepresidente del consiglio. In questa vicenda ritorna poi la figura di Simone Valente. Fu proprio il deputato ligure del M5S due anni fa a salire in Campidoglio con un drappello di parlamentari per vigilare manu militari sul «no» di Virginia Raggi alle olimpiadi. Preparando prima una mozione da far votare in Aula e organizzando la conferenza stampa di rinuncia alla candidatura di Roma 2024. Questa volta, però, per l'Italia potrebbe finire diversamente.

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