Medio Oriente/Quelle alleanze per pacificare il Mediterraneo

Sabato 2 Aprile 2016 di Giulio Sapelli
Ciò che oggi accade in Libia era in un certo senso prevedibile. Bastava consultare uno straordinario documento su ciò che sta dietro la lenta disgregazione dell’Occidente, vale a dire la poderosa intervista concessa di recente da Barack Obama a Jeffrey Goldberg su <CF2>The Atlantic</CF> significativamente intitolata “The Obama Doctrine”. In essa il presidente americano chiarisce quale sia la posizione sua e del suo desk office in merito al ruolo che gli stessi Stati Uniti devono svolgere nel mondo.

È una sorta di ritirata strategica, possibile grazie ad alleanze regionali su scala planetaria che vedono gli Usa affidare volta a volta a una nazione o a un gruppo di nazioni un ruolo di leadership di secondo grado purché sia dotato di mezzi di contenimento o di attacco verso potenze nazionali o ideologico-tribali (vedi Medio Oriente con la distruzione della Siria e della Libia e dell’Iraq). 

A tali subleadership nazionali è affidato il compito di controllo e di intervento sulle aree di crisi. Per esempio in Asia il dominio terracqueo dal Mar Cinese al Mar Indiano impone il contenimento militare e politico della Cina e questo ruolo vassallatico è stato affidato tanto al Giappone quanto al Vietnam, come dimostrano sia i lavori per il Trans Pacific Act sia la riforma costituzionale in Giappone sul riarmo sia infine la straordinaria pacificazione col Vietnam, potenza regionale storicamente nemica della Cina comunista. La stessa cosa gli Stati Uniti tentano ora di realizzare in Medio Oriente.L’hanno fatto anche durante la Guerra Fredda, dopo la crisi di Suez che spostò tutto l’asse del panarabismo nasseriano dalle braccia russe-sovietiche alle loro, grazie all’alleanza strategica coi sauditi e il waabismo.
 
Allora la Siria rifiutò di abbandonare l’abbraccio sovietico e quel filo rosso si è di nuovo srotolato oggi, come dimostra l’intervento russo in appoggio ad Assad e contro lo storico antemurale turco da secoli nemico acerrimo della Russia. Il problema è che questa strategia di Obama ha bisogno, per autosostenersi, di una visione che sfugge interamente all’Europa unificata sotto l’euro: come dimostra la storia di Israele dalla dichiarazione di Arthur James Balfour del 1917 sino ad oggi, il Medo Oriente è impensabile senza un ruolo politico delle potenze europee e, dopo la crisi di Suez, senza la connessione con le mutevoli strategie statunitensi. Se ciò che capita in Medio Oriente dalla seconda metà dell’Ottocento si riverbera in Centr’Africa, e quindi sul destino di chi dominerà il Congo, che è il punto archetipale del dominio del mondo prossimo venturo, tanto più dalla stessa età i destini dell’Europa e del Medio Oriente sono indissolubilmente intrecciati.

Il crollo degli imperi ha drammaticamente complicato questi intrecci. La caduta dell’impero ottomano spaccò in due il mondo arabo, e quella dell’impero inglese, dopo Suez nel 1956, complicò ulteriormente le cose perché rese potenzialmente instabili aree essenziali come la Libia, la Siria e il Libano, dove il dominio italiano non resse dinanzi al conflitto con la Francia e l’Inghilterra, protese anch’esse a dominare quel deserto zuppo di petrolio. E non resse né nella grande né nella piccola Siria, ossia né in Siria né in Libano, dove i francesi non riuscirono mai a normalizzare attraverso le armate cristiano-maronite quel mosaico di nazionalità.
E neppure la Siria trovò mai un equilibrio di lungo periodo nel gioco di potere asimmetrico tra Russia, Francia e Iran come emerse chiaramente dopo il crollo dello scià di Persia, la faglia sciita e l’emersione dell’Isis finanziato dai Suditi e dal Qatar. Il fatto che quello che è stato nominato dall’Onu nuovo presidente della Libia, FaYez al Serraj, appena giunto su quelle sponde debba rifugiarsi nella base navale di Abu Sittah per sfuggire alla sua stessa eliminazione fisica impone una riflessione che intellettualmente deve essere spregiudicata, lasciando alla diplomazia di fare il suo corso.

Dinanzi alla rivolta delle tribù tripolitane contro questo personaggio che è appena stato ricevuto in Italia con tutti gli onori, non ci si può non interrogarsi su chi abbia alimentato tale rivolta e l’abbia così ben guidata sino ad occupare le centrali radio-televisive impedendo al nuovo presidente un qualsivoglia rapporto con le 150 tribù. E allora viene in mente quello che Obama ha detto nella famosa intervista concessa a<CP><CF2> The Atlantic</CF> allorquando definisce la Francia e il Regno Unito «nazioni scroccone» proprio in merito al ruolo svolto da esse nella crisi libica del 2011 provocando la morte e la caduta di Gheddafi e l’attuale situazione di caos. Il punto essenziale è questo: già nel 2011 come oggi la Francia e l’Inghilterra vogliono impedire l’emersione della leadership in seconda istanza dell’Italia, che appunto nel caso libico è stata individuata dagli Stati Uniti come potenza egemone a medio raggio per ristabilire l’ordine in un punto strategico del pianeta.

<CP> E il povero Fayez al Serraj</CP> ne ha fatto le spese.
E dunque, il problema ora è che l’Italia non paghi un prezzo tremendo per questa divisione prodottasi nel seno stesso all’Europa e quindi nel seno stesso di quel rapporto transatlantico che non può non unire, pena lo sgretolamento dell’Occidente. Naturalmente non voglio trascurare le conseguenze sui flussi migratori che questo fallimento della strategia americana avrà come conseguenza. La Libia diventerà un punto di partenza per decine di migliaia di africani dal Ciad alla Somalia allo Yemen, e di lì anche per le decine di migliaia di migranti dall’Herthland e ciò anche perché sul tema migratorio l’Europa si è divisa nei fatti, grazie all’accordo a senso unico tra Germania, Stati balcanici e Turchia, a riprova che la storia non è acqua perché oggi su questo tema si ripropongono le stesse alleanze della prima guerra mondiale: la Turchia con la Germania, le nascenti e sempre incompiute statualità arabe con il Regno Unito e la Francia. 

L’Italia era la parente povera, o come diceva Antonio Labriola, un imperialismo di secondo grado, che produsse durante il fascismo la rivolta senussita contro le armate del generale Graziani. E’ in questa luce che va letto il caso libico oggi. L’unico modo di volgere questa tragedia in un verso meno grave è di coordinare strettamente l’azione italiana con la strategia americana e soprattutto con il blocco più potente dell’area, ossia il blocco militare egiziano proteso com’è alla conquista della cirenaica perché vuole difendere il Sinai e quindi anche Israele. L’Italia deve continuare a parlare e lavorare con l’Egitto. Pena una tragedia di incalcolabili dimensioni. Se farà ciò, il sangue di un povero ragazzo animato dalla giustizia sociale e dall’amore per la ricerca scientifica, non sarà stato sparso invano.

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