«In Libia 10mila morti e 50mila feriti»
Cirenaica issa bandiera della monarchia

La bandiera della monarchia a Bengasi
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Mercoledì 23 Febbraio 2011, 09:41 - Ultimo aggiornamento: 25 Marzo, 18:17

ROMA - Sta assumendo dimensioni spaventose il massacro in corso in Libia. Secondo Al Arabiya, che cita un componente della Corte penale internazionale, ci sono almeno 10.000 morti e 50.000 feriti nella sanguinosa repressione che il regime ha scatenato contro la rivolta. Gheddafi sembra aver perso il controllo di vaste aree nell'est del Paese, ma rimane determinato a reprimere la rivolta, nonostante le condanne della comunità internazionale.

Le truppe fedeli a Gheddafi in serata hanno preso posizione intorno a Tripoli, dispiegando anche carri armati, per cercare di imporre un blocco che tenga lontane dalla capitale le forze ostili al colonnello. La morsa si stringe anche nei confronti della stampa: i giornalisti entrati illegalmente, ha dichiarato il vice-ministro degli Esteri Khaled Kaim, saranno considerati «fuorilegge, come se collaborassero con Al Qaeda. La stessa rete terroristica ha annunciato di aver costituito un emirato nell'Est del paese.

A est, nella Cirenaica che ha acceso la miccia della protesta, sventola la bandiera dell'era pre-Gheddafi, quella della monarchia, invece del drappo verde della rivoluzione, e vengono attaccati i simboli del regime: Bengasi, Derna, fino a Tobruk quasi al confine con l'Egitto sono le città orientali «liberate» dai rivoltosi, secondo numerose testimonianze che danno la Cirenaica, da sempre spina nel fianco del colonnello, in gran parte ormai in mano ai manifestanti. Da Tobruk, dove già ieri soldati erano passati dalla parte di rivoltosi, arrivano immagini di giubilo di gente che festeggia con cartelli e bandiere la «liberazione» della città dalle forze governative. Le bandiere sono quelle libiche e sui cartelli c'è scritto in inglese «Free Libya».

Fosse comuni sulla spiaggia. Decine e decine di fosse scavate, allineate, alcune già coperte con del cemento. A mostrare le immagini di quelle che sembrano essere fosse comuni è un video amatoriale girato ieri a Tripoli e diffuso da Onedayonearth. Il video mostra le fosse sulla spiaggia antistante il lungomare della capitale libica e tanti uomini al lavoro, in quello che appare come un grande cimitero.

Al Qaeda ha costituito un emirato islamico in Libia, a Derna, nell'est del Paese. Un'affermato che però arriva dal viceministro degli Esteri libico, Khaled Kaim, e che sa di mossa propagandistica del regime. «L'emirato è diretto da Abdelkarim Al-Hasadi, un ex detenuto di Guantanamo», ha detto Kaim. Al Qaeda avrebbe poi un altro responsabile, il numero due dell'Emirato, Kheirallah Baraassi, che si è stabilito ad al Beida. Il gruppo avrebbe disposto l'obbligo del burqa per le donne, uccidendo chi si rifiuta di collaborare.

Il regime indica invece in 300 il numero dei morti nel primo bilancio ufficiale. È quanto ha riferito un portavoce del ministero dell’Interno di Tripoli, precisando che nelle violenze sono morti 189 civili e 111 soldati. Ieri Gheddafi è comparso in tv minacciando una repressione ben peggiore. Il presidente del parlamento libico ha dichiarato che la calma è stata «ristabilita nella maggior parte delle grandi città» della Libia, dove «le forze di sicurezza e dell’esercito hanno ripreso le loro posizioni».

Gheddafi ha pianificato di bombardare i pozzi di petrolio, ma un pilota si è rifiutato. Lo afferma il capo della brigata di sicurezza di Tobruk, che si è unito ai manifestanti. Anche la rivista americana Time parla dell’intenzione di Gheddafi di sabotare pozzi di petrolio e oleodotti diretti verso il Mediterraneo per far capire ai rivoltosi «o me o il caos».

Ministro interno: sono vivo e appoggio manifestanti. L'ex ministro dell'interno della Libia, Abdel Fatah Yunis, che nel suo discorso Muammar Gheddafi aveva dato per morto, assassinato a Bengasi, è vivo e ha annunciato la propria defezione e il suo appoggio alla «rivoluzione del 17 febbraio».

Mercenari serbi in azione. "Cani di guerra" (Psi rata), si chiamano così i mercenari serbi che combattono in Libia a sostegno di Gheddafi, che li paga profumatamente con compensi che arrivano anche ad alcune decine di migliaia di dollari. I "Cani di guerra", scrive oggi il tabloid belgradese Alo, sono stati fra i primi ad arrivare in Libia, sono ex militari, ex poliziotti ed ex membri dei "Berretti Rossi", il corpo creato dal defunto leader serbo Slobodan Milosevic.

Piloti si rifiutano di bombardare Bengasi, aereo precipita. Un caccia libico Sukhoi 22, di fabbricazione russa, è precipitato questa mattina ad ovest della città di Adjabiya. Fonti militari hanno confermato la notizia, sostenendo che il velivolo era decollato da Tripoli con l’obiettivo di bombardare Bengasi. Un colonnello dell’aviazione ha spiegato che «i due piloti a bordo, Abdel Salam Atiya al-Abdali e Ali Omar Gheddafi, si sono rifiutati di eseguire l’ordine di bombardare Bengasi ed hanno fatto precipitare il velivolo dopo essersi lanciati con il paracadute». Secondo fonti citate da Al Jazeera il colonnello aveva dato l’ordine di cannoneggiare Bengasi da due navi che però hanno disertato rifugiandosi a Malta.

«Ci sono ancora diversi carri armati in strada e sono ricominciati i bombardamenti in varie città della Libia. Il governo libico continua a inviare squadre di soldati che manganellano i civili entrando all’interno delle abitazioni - dice all’Ansa il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Comai) Foad Aodi - Gheddafi ha dato ordini ai propri militari di reclutare, attraverso un elenco di 400 persone, alcuni civili da armare, affinchè possano aiutare il governo a reprimere la rivolta».

«La città di Misurata è nelle mani dei manifestanti dai primi giorni di protesta e ora è gestita da un comitato locale di rivoltosi - ha riferito Faraj Milad, giornalista della città libica della Cirenaica - La città oggi è tranquilla ed è controllata dai manifestanti armati che hanno formato un comitato locale per amministrare la città». Diversa, però, è la versione fornita questa mattina dalla tv di Stato libica, secondo la quale Misurata sarebbe ancora in mano al regime.

Aerei famiglia Gheddafi respinti da Libano e Malta. Il Libano si è rifiutato di accogliere un aereo privato con a bordo la moglie di origine libanese di Hannibal Gheddafi, uno dei figli del leader libico Muammar Gheddafi, e altri suoi familiari. Anche Malta ha respinto un aereo proveniente dalla Libia, sul quale ci sarebbe stata anche Aisha Gheddafi, figlia del leader libico.

Frattini: bagno di sangue. «Siamo in una situazione grave, gravissima, il cui tragico bilancio sarà un bagno di sangue - ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini intervenendo alla Camera - Una situazione resa ancora più grave dai propositi espressi ieri da Gheddafi in cui la volontà di colpire il suo stesso popolo, determina una situazione di guerra civile tra aree e province in cui ci sono gruppi che si combattono con bande e squadroni della morte che compiono raid, oltre a tutto questo, il tragico bilancio sarà un bagno di sangue, oltre a determinare una situazione ormai di guerra civile. È una analisi che ho condiviso con molti governo europei e non europei».

«La Cirenaica non è più sotto il controllo del governo libico e scontri e violenze sono in atto in tutto il paese», aveva detto Frattini, intervenendo ad un convegno della Comunità di Sant'Egidio.

Berlusconi: no a violenza, attenti al dopo. «Per tutta la notte siamo stati in contatto con i leader europei e americani per monitorare la situazione in Libia e in altri paesi del nord Africa. Quello che è importante è che non ci siano violenze ma dobbiamo anche essere attenti a quello che accadrà dopo quando saranno cambiati questi regimi con cui noi trattiamo e che sono per noi importanti per la fornitura di energia». Lo ha detto intervenendo agli Stati generali di Roma il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

«Non c'era certo bisogno del baciamano di Berlusconi a Gheddafi: ci vuole maggiore sobrietà. Io rivendico un diverso rapporto con la Libia». Così Pier Ferdinando Casini nel suo intervento alla Camera. Il leader dell'Udc ha detto che «non c'era bisogno di una tale sfilata dei carabinieri» parlando della visita di Gheddafi a Roma, «sarebbe bastata una sfilatina. È l'ora della sobrietà. E non basta dire, come ha fatto il ministro Frattini, che abbiamo un problema con la Ue. Non basta dichiaralo. Berlusconi prenda l'aereo e vada a Bonn, a Parigi, a Madrid. Se c'è un incidente bisogna dirlo direttamente e non solo dichiararlo».

Franceschini: «Sono inaccettabili le esitazioni e le incertezze del governo» Berlusconi dinanzi alla crisi in Libia, ha detto il capogruppo del Pd alla Camera, chiedendo all'esecutivo di «schierarsi con il popolo che chiede democrazia».Franceschini ha definito «esitante e incerto il discorso del ministro Frattini alla Camera, così come è stata finora la posizione del governo. Le democrazie sono da sole garanzie di stabilità, e chi dice il contrario sbaglia. E in ogni caso è giunto il momento di scegliere tra interessi da una parte e valori e principi dall'altro». Critiche anche alla telefonata fatta ieri dal premier Berlusconi a Gheddafi: «E' stata finalizzata a dire che l'Italia non ha dato razzi ai rivoltosi, come se quello fosse il problema. Bisogna schierarsi e mi meraviglio che Frattini affermi che non si esporta la democrazia. Appena qualche hanno fa il governo Berlusconi ha seguito Bush in una guerra in Iraq proprio per esportare la democrazia, e per di più con le armi».

Denunciare il Trattato di Amicizia Italia-Libia? «Non esageriamo». Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, frena sull'ipotesi di rompere il trattato di cooperazione tra l'Italia ed il paese nord-africano ormai alle prese con la guerra civile. A chi gli ricorda che il governo si è impegnato per realizzare grandi investimenti in Libia e per la costruzione della autostrada costiera libica, il Senatur replica così: «Sull'autostrada passano i camion italiani - dice - E poi chi lo porta il petrolio».

Bruxelles: prova di forza per fermare violenze libiche. Bruxelles è pronta a ingaggiare una prova di forza con Tripoli pur di spingere Gheddafi a mettere fine al bagno di sangue con cui sta soffocando le manifestazioni di protesta in atto nel Paese. «È una questione di rapporti di forza», ha detto Oliver Bailly, portavoce dell'esecutivo comunitario. Ad esempio per l'Ue, ha spiegato il portavoce, il gas libico «non è essenziale nè importante»; di contro, gli introiti provenienti dalle esportazioni di gas dalla Libia verso i Paesi europei «costituiscono il 55% del Prodotto interno libico».

«La Commissione Europea ha espresso una condanna unanime per l'uso della forza in Libia e ha affermato che è inaccettabile che un leader minacci i propri cittadini», ha detto Bailly.

Onu e Usa condannano violenze. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità una dichiarazione in cui si «condannano le violenze» degli ultimi giorni in Libia e si «deplora la repressione» avviata dal governo di Muammar Gheddafi. Anche gli Stati Uniti hanno avuto parole molto dure per la Libia, chiedendo una transizione senza violenze verso la democrazia.

Perù sospende relazioni diplomatiche. Il Perù, primo Paese al mondo a farlo, ha annunciato di aver sospeso «ogni relazione diplomatica con la Libia fino a quando non cesserà la violenza contro il popolo» ha detto il presidente, Alan Garcia.

Navi della Marina militare verso la Libia

Costituito comitato permanente di crisi

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