Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Inchiesta Ong, le ombre sui contatti tra trafficanti e marinai

Inchiesta Ong, le ombre sui contatti tra trafficanti e marinai
di Sara Menafra
3 Minuti di Lettura
Domenica 30 Aprile 2017, 08:55
ROMA I sospetti si concentrano sui soggetti meno visibili della lunga catena di soccorsi che ogni giorno impedisce - o prova ad impedire - il ripetersi delle tragedie in mare. Quelli che lavorano nell'ombra, magari per organizzazioni non governative meno conosciute ed esposte. È dai marinai di alcune imbarcazioni che pattugliano le acque di fronte alla Libia che potrebbero passare i contatti con i trafficanti, che li chiamerebbero dalla costa. Dialoghi e relazioni anche economiche di cui - è una delle ipotesi - i vertici delle organizzazioni umanitarie non sarebbero neppure a conoscenza.

I MARINAI
Il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, ha fatto capire chiaramente che le sue indagini sui presunti accordi poco chiari tra alcune Ong e i trafficanti di uomini incontrano difficoltà costanti, anche perché alcune indicazioni sono arrivate da documenti coperti da segreto (specie atti di intelligence stranieri, inutilizzabili). Ma la traccia sulla quale la procura sta lavorando riguarda proprio i contatti telefonici tra marinai e trafficanti a terra. Comunicazioni che potrebbero essere avvenute alle spalle persino dei comandanti delle navi interessate. Scambi durante i quali i soggetti a bordo dei mezzi di soccorso umanitario avrebbero dato indicazioni utili su dove e quando mettere in mare imbarcazioni con bambini, donne e uomini disperati e, dunque, disposti a tutto.

IL CASO TUNISIA
Se questi contatti abbiano solo lo scopo di evitare naufragi e vittime o se, invece, siano l'occasione per qualcuno di arrotondare lo stipendio e, persino, come ha lasciato intendere sempre Zuccaro durante l'audizione davanti alla commissione Schengen, di finanziare intere missioni, dovrà dirlo l'inchiesta di Catania. Dal comando centrale della Guardia costiera di Roma, che tutti i giorni coordina gli interventi in mare, chiariscono come il loro primo dovere sia coordinare i soccorsi ogni volta che una barca si trova in difficoltà. L'imbarcazione più vicina e più appropriata a raccogliere i naufraghi viene mandata in aiuto di gommoni o barchette di legno alla deriva, e dunque è normale che i mercantili delle Ong siano scelti per primi. Quando i naufraghi sono in sicurezza, spesso l'Italia diventa l'unica meta di approdo finale possibile. Perché né la Libia, per ovvi problemi di sicurezza, né Malta, né la Tunisia, accettano di far attraccare le imbarcazioni cariche di migranti. E, senza l'autorizzazione delle autorità costiere locali, le navi non possono entrare in porto, neppure se hanno la copertura diplomatica della Guardia costiera italiana, che si incarica direttamente di provare a rintracciare le autorità competenti più vicine ai luoghi di soccorso.

I FINANZIAMENTI
Non sta certo alla Guardia costiera sapere come vengano finanziate le organizzazioni che solcano il Mediterraneo e chi lo faccia. Ma al di là delle polemiche politiche, ed escluse le Ong più accreditate come Msf o Save the children, ad alimentare il dubbio che ci siano collegamenti che portano dai trafficanti alle navi è la totale opacità di buona parte dei loro budget. Tra il canale di Sicilia e l'ampio tratto davanti alla Libia si muovono tredici assetti navali, che appartengono ad organizzazioni in buona parte straniere (soprattutto tedesche, poi francesi, spagnole, olandesi, italiane e maltesi) e battenti bandiere che poco hanno a che fare con le sponde del Mare Nostrum, come Belize, Panama e Isole Marshall. Il dubbio su come queste costose missioni - ogni nave completa di equipaggio costa in media 10mila euro al giorno - vengano finanziate è più che legittimo. Formalmente, le istituzioni internazionali come Unhcr non finanziano il cosiddetto Search and rescue (ricerca e soccorso), come non lo fa l'Unione europea. Dunque, tutto dovrebbe poggiarsi su sovvenzionamenti privati, sui quali non c'è obbligo di trasparenza. C'è poi la possibilità che alcuni capitoli di spesa vengano spostati, almeno in parte, sul soccorso. Potrebbe essere il caso di sussidi per progetti di assistenza ai migranti, questi sì finanziati da praticamente tutte le istituzioni sovranazionali.