Milanese: « Io, postino per le nomine
C'erano posti per tutti»

Domenica 10 Luglio 2011 di Valentina Errante e Massimo Martinelli
ROMA - Al mercato delle nomine nelle società partecipate dallo Stato non si badava molto alla forma. Almeno secondo Marco Milanese, che al pm Piscitelli che lo interrogava, ha raccontato come si rivolgeva ai suoi interlocutori quando arrivavano le richieste dei partiti. Ad esempio conversando con Giancarlo Giorgetti, esponente della Lega: «Scusa Giancà, chi dovete mettere voi in Finmeccanica? Ah, ma è Tosi? Allora Giorgetti ci segnala Tosi... ». E’ stato lui, l’ormai ex consulente del Tesoro, a confermare ai pm come funzionava il sistema con cui la politica segnalava le persone da promuovere. Ha pure cercato di sminuire il suo ruolo. Senza convincere troppo, però.



Il «Mister» delle società pubbliche.
E’ sempre Marco Milanese, ovviamente. Forse lo chiamano così perché può decidere chi far entrare e chi far uscire dai consigli di amministrazione, come accade sui campi da gioco. Gli investigatori se ne accorgono intercettando Sergio Fracchia, un agente immobiliare anomalo, con interessi anche nel mondo della finanza, e Carlo Barbieri, divenuto consigliere di amministrazione di Ferservizi (controllata da Ferrovie dello Stato), dopo aver costituito, con altri due alti dirigenti di aziende pubbliche, una piccola società che si è indebitata fino al collo per comprare alcuni immobili di Milanese dei quali lui voleva disfarsi. Così, quando si comincia a sentire odore di inchiesta e di convocazioni in procura, Fracchia chiama Barbieri: «Allora ho sentito il Mister. Dice di specificare bene, alle domande che faranno - che sicuramente chiedono ma perché avete comprato queste cose - E ha detto di dire: E’ un amico comune che ci ha fatto prendere, perché noi avevamo già fatto delle operazioni immobiliari in Francia e c’era un affare e l’abbiamo fatto. Perché dove andranno a puntare, mi ha detto l’amico, è: se avete fatto questo qua in cambio di qualche cosa, di qualche nomina di qualcosa. Negare totalmente». E poi: «Mi raccomando, mi ha chiamato quattrocento volte». Barbieri taglia corto: «Sì Sergio, ciao a domani».



«Faccio il postino». Quando gli investigatori napoletani gli hanno squadernato davanti la complessa operazione immobiliare in Francia e anche quella finanziaria che gli ha consentito di liberarsi della sua imbarcazione Mochi 64 in cambio della nomina di Fabrizio Testa ai vertici di una partecipata Enav, Marco Milanese è caduto dalla nuvole: «Ma io sono solo un postino, uno che raccoglie i nomi, anzi i numeri delle poltrone disponibili». E ancora: «Non ho mai preso soldi e sulle nomine non c’entro nulla. Al ministero del Tesoro un altro po’ non faccio nemmeno il passacarte». Quel giorno, il 29 marzo scorso, Milanese era accompagnato dai suoi legali, Franco Coppi e Bruno La Rosa. E’ quest’ultimo a comprendere che la strategia difensiva del suo cliente è suicida. E prova a correggerlo: «Onorevole, non si svaluti troppo però, insomma, lei è il consigliere polito del ministro». E Milanese: «Non è che mi voglio sminuire ma non è che posso mettere un nome mio e che fa tolgo uno della Lega, se pure volessi, non l’ho mai fatto e mai mi sarei sognato, ma anche un nome del ministro. Io avevo dei nominativi anche da altri parlamentari e li ho trasmessi ma senza obbligo di risultato, non ho avuto tornaconto economico».



Poltrone all’opposizione. Il metodo Milanese, così come viene rappresentato al pm, prevede l’assegnazione di nomine di società di primo livello anche per l’opposizione: «E’ capitato anche che all’opposizione vengano dati dei posti, proprio per avere una maggiore... come voglio dire..». Milanese chiama in causa un po’ tutti, persino Gianni Letta. Scriverà il gip, dopo l’interrogatorio, che «le sue dichiarazioni appaiono francamente inattendibili». In ogni caso, lui ci prova: «E’ capitato che i nomi dell’opposizione vangano dati al dottor Letta, e poi noi». Il pm lo incalza: «Faccia un esempio, lei ha sempre fatto dei nomi». E lui: «Mah, prima quando i consigli di amministrazione erano più ampi, alle Poste c’erano due dell’opposizione, mi pare di ricordare..». Il pm non si accontenta: «Di quale periodo sta parlando?». E Milanese: «Dell’ultimo consiglio, che è stato fatto da questo governo, mi sembra di ricordare che c’era la Margherita. Comunque in alcuni consigli ci sono, adesso basta guardare le carte». Il pm si incuriosisce: «Poi bisogna capire da quale persona all’interno dell’opposizione c’era la richiesta specifica di nominativi, ma adesso non scendiamo nei dettagli». Ma da questo approfondimento Milanese si sfila in un attimo: «No, ma non ci parlavo. Io parlavo sempre con il dottor Letta».



Le nomine in Ferrovie. Poteva capitare anche questo, racconta Marco Milanese, che grandi aziende come Ferrovie dello Stato e Finmeccanica si rivolgessero al ministero per dare la disponibilità di poltrone in Cda o collegi sindacali: «Ci sono delle società, Finmeccanica, qualche volta le Ferrovie, che vogliono evitare di mettere persone interne. E allora dicono: ho un posto disponibile, ho dieci posti disponibili, ho cinque posti disponibili. E ci dicono: oh, avete qualche curricula da mandarci? Per questo io faccio il postino». E’ quasi un autogol, quello di Marco Milanese, perché quando il pm Piscitelli lo ascolta, cioè il 29 marzo scorso, ha già sentito Mauro Moretti, Ad di Ferrovie dello Stato, il 23 marzo, e Lorenzo Borgogni, numero due di Finmeccanica, il 12 marzo. Ad entrambi aveva già fatto la stessa domanda: «Come avvengono le designazioni nei Cda e nei collegi sindacali nelle società da voi controllate?». Ed entrambi avevano sostanzialmente risposto che le designazioni avvenivano in base alla indicazioni che arrivavano dagli azionisti, cioè il ministero del Tesoro. E avevano indicato in Marco Milanese il loro interlocutore privilegiato. Borgogni era stato anche più preciso, chiarendo che le decisioni venivano prese da un tavolo tecnico al quale lo stesso Milanese partecipava in rappresentanza del ministro dell’Economia. Moretti, invece, aveva schivato la domanda sulla nomina di Carlo Barbieri, finito agli arresti domiciliari nei giorni scorsi, perché sarebbe stato cooptato da Milanese nel cda di Ferservizi come ricompensa per essersi interessato della vendita di alcuni immobili in Francia del quale il parlamentare voleva disfarsi».



Il manuale in Finmeccanica.
Il Cencelli delle aziende pubbliche lo trovano i carabinieri del Ros sulla scrivania di Lorenzo Borgogni, al quinto piano della sede Finmeccanica di piazza Montegrappa. Un foglietto solo, ma pieno di indicazioni: «Giorgetti, Milanese, Romani (Guerrera), Fortunato (Mef), Galli, Squillace x La Russa» e altri nomi a seguire. L’ha scritto Barbara Corbo, segretaria di Borgogni. Che spiega: «Il file trovato nel mio computer denominato Membri esterni Controllate giu10 x Milanese.doc è un documento che ho redatto io recependo le indicazioni e le informazioni del dottor Borgogni. La denominazione Lega che compare accanto ai nomi Maffini, Ghilardelli, Belli e Vescovi, presenti nello stesso file, presumo sia riferibile al partito politico. Il nominativo La Russa che compare accanto ai nomi di Plinio, Politi e Gatti presumo sia quello dell’attuale ministro della Difesa ma tali circostanze potranno essere confermate solo da Borgogni». Il quale, interrogato il giorno dopo, conferma: «Benché provengano formalmente dal ministero del Tesoro, le nomine di questi sette consiglieri sono il prodotto di una mediazione politica all’interno delle componenti della maggioranza di governo, dove il tavolo di compensazione è a Palazzo Chigi e dove confluiscono le richieste dei ministeri di riferimenti come Difesa e Sviluppo Economico con i quali Finmeccanica ha rapporti».



Gli affari di Oto Melara.
C’è un capitolo ancora da approfondire, nell’inchiesta napoletana su Marco Milanese. Riguarda i suoi possibili interessi in alcuni affari che Oto Melara potrebbe realizzare negli Emirati Arabi. In quella società il presidente del collegio sindacale è Guido Marchese, che secondo la procura è stato piazzato da Marco Milanese in cambio di centomila euro. Ed è proprio Marchese, parlando al telefono con Fracchia, che racconta delle difficoltà a far approvare il progetto che sta loro a cuore e della necessità di interessare della cosa «il ministro». Probabilmente, dicono i magistrati, riferendosi allo stesso Milanese.



massimo.martinelli@ilmessaggero.it
Ultimo aggiornamento: 1 Agosto, 18:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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