Allarmi inascoltati/Non chiamatela disgrazia, è solo incuria

Mercoledì 15 Agosto 2018 di Paolo Graldi
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No, questa non è una disgrazia, nel senso che malasorte e fato si sono incontrati per punire i nostri misfatti.
Qui i fulmini che s’abbattono sui piloni, il diluvio che inonda la città non c’entrano, non sono né causa né concausa dell’accaduto. Più corretto definirlo un disastro “assurdo e spaventoso” dentro una tragedia annunciata. Piangiamo un fatto che era prevedibile.

Perché tanti i segnali, negli anni, ci hanno avvertito del rischio immanente. Quei segnali si legano adesso all’incapacità di averli colti per tempo, col tempo giusto per correre ai ripari. <HS9>Il Ponte Morandi, dal nome del suo progettista, con i suoi cinquant’anni di vita (1967) stressata da flussi di traffico crescenti e dirompenti, ha lanciato, inascoltato, il suo grido di dolore già nel 2011 allorché un autorevole report segnalava l’esigenza di profonde ristrutturazioni. Mai compiute.

Ora si scomoda un altro argomento, l’esigenza di manutenzioni previste e programmate, rimaste sulla carta. E così, da questo Ferragosto di dolore e di lutto, Genova, la Liguria vivrà per lungo tempo spezzata in due. Forti e generosi come popolo, ardimentosi come solo i marinai sanno esserlo, e però già provati da tante vicissitudini, i genovesi si ritrovano adesso a fare i conti con un’economia dalle gambe spezzate, un porto commerciale privato di colpo di tentacoli industriali, di rapidi collegamenti stradali verso l’interno e verso l’oltre frontiera. <HS9>Chi aveva pensato al raddoppio di una arteria indispensabile aveva visto giusto ma quello sguardo si è perso tra le polemiche, le battaglie di posizione, gli ideologismi di schieramento. Tronconi non più comunicanti di una arteria essenziale che congiungeva est e ovest, che coniugava economia e sociale in un unicum esemplare, si sono schiantati nel vuoto vertiginoso del letto asciutto del fiume Polcevera. Un esercito di ruspe sarà chiamato a sgombrare i pilastri disarticolati, ridotti a tronconi del Ponte Morandi, ormai oggetto di perizie tecniche su quel cemento armato precompresso a cavalletti bilanciati che si guadagnò medaglie, onori e applausi. Una specie di sogno americano realizzato tra le montagne e il mare di Liguria. <HS9>

Tenere bassi i toni della polemica, viene raccomandato. Ma, qui, non è questione di decibel da modulare, qui è l’esame che un Paese è chiamato a sostenere e che riguarda la sua capacità di progettare e manutenere in efficienza e sicurezza grandi e meno grandi opere, tutte componenti del nostro tessuto di società moderna, avanzata, ambiziosa. <HS9>Tre domande urgenti e inevitabili: si poteva, si doveva prevedere? A chi il peso delle enormi responsabilità? Quanto tempo per riparare una ferita tanto profonda? Domande alle quali il nostro sistema giudiziario opporrà la guerra infinita delle perizie e dello scarico delle colpe, sicché non è imprudente e impudente immaginare che la richiesta dei ministri competenti di avere presto i nomi dei responsabili resterà a lungo disattesa. Ha dunque ragione il presidente Mattarella, puntuale e severo, nel ricordare alle istituzioni competenti che gli italiani hanno diritto di disporre di infrastrutture sicure, moderne ed efficienti. L’elenco dei disastri che non sono disgrazie è lungo, punteggiato di lutti e di gravi omissioni, di scelte sbagliate e non di rado macchiato dal virus del crimine organizzato che trova nella corruzione il suo alimento d’elezione. <HS9>

Ponti che crollano, strade che franano su se stesse, tetti di scuole che si squarciano sulla testa degli alunni per un temporale, fiumi che esondano perché non riescono a contenere normali piogge di stagione. Un calendario di inadempienze strutturali alle quali si promette di porre finalmente termine ad ogni giro di boa di legislatura ma il cui bilancio pluridecennale non rassicura affatto, anzi preoccupa assai. <HS9>Un disastro tanto crudo e crudele deve saper imporre, a tutto il Paese, una visione delle cose da fare nel segno del rigore insieme con l’urgente abbandono di culture e modalità vecchie, rancide, paralizzanti. Non possiamo più, ogni volta che siamo trafitti dai lutti, piangere sugli errori magari invocando la complicità di un fulmine assassino, capace di stroncare le basi di un ponte. <HS9>La prova sarà dura ma anche inevitabile. Ce lo impone la storia, la storia della nostra gente: quella che non fa sconti a nessuno.
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