Italia zona rossa (o arancione) dalla Vigilia di Natale al 6 gennaio, alle 12.30 il vertice della verità

Italia zona rossa dalla Vigilia di Natale al 6 gennaio, alle 12.30 il vertice della verità
di Alberto Gentili
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Mercoledì 16 Dicembre 2020, 08:08 - Ultimo aggiornamento: 11:57

Il momento della verità scatterà oggi poco prima di pranzo. A palazzo Chigi alle 12.30 infatti si deciderà il destino del Natale degli italiani. La sentenza arriverà da un vertice, che si annuncia infuocato, tra il premier Giuseppe Conte e i capidelegazione della maggioranza Dario Franceschini (Pd), Roberto Speranza (LeU), Alfonso Bonafede (5Stelle) e Teresa Bellanova (Italia Viva), cui parteciperà il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia. In gioco: la libertà di movimento e le riunioni familiari nella stessa città o paese nei giorni prefestivi e festivi dal 23 o dal 24 dicembre, al 6 gennaio.

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Le posizioni sono ormai consolidate. Da una parte c’è il premier Giuseppe Conte, sostenuto dalla renziana Teresa Bellanova (Bonafede è dato “neutrale”), che condivide la necessità di un «inasprimento delle misure» per scongiurare un’impennata dei contagi. Ma si dice, «preoccupato per la tenuta psicologica e sociale del Paese»: «L’Italia non reggerebbe un nuovo lockdown» generalizzato.

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Bar, ristoranti e negozi

Conte, insomma, non andrebbe più in là della zona arancione su scala nazionale, con bar, ristoranti e confini comunali chiusi, ma con i negozi aperti (anche per non rovinare il lancio del piano cash-back) e soprattutto con la possibilità per i cittadini di uscire di casa. La prova: il premier ieri ha parlato solo di «qualche ritocchino» e di «qualche misura ulteriore», sostenendo che con «l’attuale sistema stiamo contenendo bene l’epidemia».
Una linea cauta, «impregnata di populismo» secondo un esponente dem, bocciata dal fronte “rigorista” sul quale sono schierati Roberto Speranza (Salute), Boccia e il capodelegazione del Pd Dario Franceschini. Per i tre ministri, che sperano di ottenere il sostegno delle Regioni nell’incontro che precederà il vertice di maggioranza, la soluzione migliore sarebbe la zona rossa. Un lockdown, che oltre alla chiusura di negozi e ristoranti, prevederebbe il divieto di uscire di casa se non per necessità, lavoro o urgenza. Questo per impedire che durante le Feste, i pranzi e i pomeriggi con tombolate e panettone tra gruppi familiari non conviventi scatenino una nuova valanga di morti e di contagi. Un giro di vite che dovrebbe valere soltanto nei 12-13 giorni festivi e prefestivi che vanno dal 23 dicembre al 6-7 gennaio. Una posizione illustrata ieri sera da Speranza a Conte in un faccia a faccia notturno in cui il premier ha difeso con caparbietà la linea meno rigorista.


Che questo sia il proposito l’ha detto senza giri di parole Boccia: «E’ utile e necessario restringere ancora di più durante le festività. Ipotizzare assembramenti è folle. Ipotizzare cenoni oltre i conviventi è una cosa sbagliata. Abbiamo il dovere di salvare vite. I cenoni li faremo l’anno prossimo». Per poi spiegare la linea della «massima prudenza: «A maggio eravamo arrivati allo 0,5 di indice contagio Rt, ma avendo avanti giugno, luglio e agosto. Ora grazie alla misure già prese siamo su quella strada ma abbiamo di fronte gennaio, febbraio e marzo e dobbiamo essere responsabili. Dobbiamo sapere che dal 7 gennaio si riparte, ma si riparte mettendo in sicurezza le reti sanitarie. Se non lo facciamo durante le feste di Natale, quando dobbiamo farlo?».
Una linea «della massima prudenza» che trova il conforto del Comitato tecnico scientifico. Ma gli esperti, pur caldeggiando una «inasprimento» delle misure per Natale, non hanno dato indicazioni sul tipo di provvedimenti adottare: «La responsabilità delle scelte è della politica», hanno fatto sapere i tecnici che hanno volutamente evitato di decidere se l’Italia a Natale dovrà essere tutta rossa o tutta arancione. E dunque se le famiglie, pur contravvenendo alla «forte raccomandazione» ai non ospitare in casa «familiari non conviventi», potranno o meno festeggiare assieme. Genitori e figli, fratelli e nipoti. IIl cerino, a dispetto delle attese di Conte, resta perciò del governo. Il Cts (al contrario dei mesi precedenti) non ha tolto alcuna castagna dal fuoco e non ha dato all’esecutivo la possibilità di dire, accantonando litigi e contrasti, «chiudiamo tutto perché ci è stato chiesto dagli esperti».

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