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Elezioni, Boccia: «Un patto di coalizione per unire i progressisti, il modello è quello di Verona»

Il responsabile degli Enti locali del Pd: «Conte e Di Maio possono coesistere»

Elezioni, Boccia: «Un patto di coalizione per unire i progressisti»
di Ernesto Menicucci
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 29 Giugno 2022, 00:09 - Ultimo aggiornamento: 10:33

Francesco Boccia, responsabile degli Enti locali del Pd, cosa dicono le ultime elezioni comunali?
«Beh, intanto dicono che per la terza volta la destra sbaglia i pronostici. Pensava di fare 7-0 alle ultime regionali ed è finita 4-3, pensava di vincere nell’autunno scorso nelle cinque grandi città (Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino, ndr) ed è finita 5-0 per noi e ora pensava di tenere tutte le città che aveva nel 2017 e ancora una volta non è stato così».
E il dato politico per voi del centrosinistra qual è?
«Il centrosinistra unito su un’idea chiara di città e di società vince le elezioni. E poi il Pd, sopra e sotto il Po è il primo partito. È il segno che si è rotta la coesione sentimentale tra il Nord e Salvini».


Come mai, secondo lei?
«La Lega è diventata sovranista e nazionalista, e così si pone sullo stesso terreno della Meloni, che però li scavalca a destra».
Tornando a voi, qual è il progetto per le Politiche?
«Essere il partito della coesione sociale, rispetto alle diseguaglianze e ai conflitti nascenti: dai diritti negati alla battaglia per il salario minimo fino all’intervento sul cuneo fiscale. Costruire un progetto per un Paese progressista, con un fortissimo ancoraggio all’Europa».
E, come formula politica, c’è un modello replicabile, dalle Comunali alle Politiche?
«Se penso ad otto mesi fa, direi quello di Napoli e Bologna, dove vincemmo già al primo turno con un fronte molto largo. Se penso all’ultima tornata, direi Taranto e Padova al primo turno, Catanzaro e Verona strappate alla destra al ballottaggio».
Cioè tutti dentro, da Renzi a Conte, passando per Di Maio?
«Con il segretario Enrico Letta pensiamo ad un campo largo inteso come un nuovo Ulivo, un’alleanza sociale sul tipo di società che vogliamo».
Ma Conte e Di Maio sono compatibili tra di loro?
«Lo erano fino a due settimane fa, perché non dovrebbe essere ancora così? M5S dal 2018, da quando lo stesso Di Maio e Di Battista andavano dai gilet gialli in Francia, ha avuto un’evoluzione. La svolta c’è stata nel 2019, quando anche con i Cinquestelle è stata eletta la von der Leyen alla Commissione europea, Paolo Gentiloni commissario e David Sassoli presidente del parlamento europeo».
Sì ma da allora, come si è visto sull’Ucraina, le posizioni di Conte sembrano essere cambiate. E comunque sono lontane da quelle di Di Maio.
«Credo che sia un po’ strumentale il racconto che viene fatto di Conte in queste ore. Alla prova dei fatti è sempre stato europeista: M5S votò a favore del Recovery, quando la destra invece votò contro».
Proporreste una sorta di patto di coalizione, da firmare con gli alleati?
«Sì, credo che riconoscersi sia necessario, fondamentale. Sappiamo di non essere autosufficienti e vogliamo l’unità del centrosinistra. Non come in passato quando c’era quasi il godimento a dire di no agli alleati... Bisogna capire che chi va da solo aiuta la destra a vincere».
Anche Calenda, quindi?
«Sì, tutti. Non possiamo obbligare nessuno, ma non si può nemmeno parlare di politica dal salotto di casa, con un bicchiere di vino in mano, teorizzando che per vincere bisogna allearsi con le destre. Noi le vogliamo battere, come abbiamo fatto a Catanzaro e in altre loro roccheforti». 
E Renzi? Come sono i rapporti con lui?
«Mah, sono il meno indicato a parlarne... Non condividiamo però la politica dei veti. Diciamo che chi pone un veto, lo pone a sé stesso...».
Chi sarà il candidato premier del centrosinistra? Draghi?
«Draghi e Mattarella non vanno tirati nell’arena della politica. Noi, come il centrodestra, abbiamo dei leader che vengono scelti dai cittadini».
La legge elettorale cambierà?
«Noi e anche M5S siamo favorevoli, ma si può fare solo se c’è un’ampia convergenza sul proporzionale che mi pare non ci sia. Non trasformeremo di certo il Parlamento in un’arena».
L’alleanza larga di cui parla, rischia di fare la fine dell’Unione?
«Mah, i tempi sono cambiati. E nessuno vuole fare una semplice sommatoria di sigle».

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