Ddl Zan, i franchi tiratori la silurano in Senato. Scambi di accuse Pd-Renzi

Con 154 sì e 131 no approvata la “tagliola”. Letta: fermato il futuro. Salvini: arrogante. Alla maggioranza sono mancati 16 voti: i sospetti anche su grillini e gruppo Misto

Ddl Zan, i franchi tiratori la silurano in Senato. Scambi di accuse Pd-Renzi
di Barbara Acquaviti
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Giovedì 28 Ottobre 2021, 00:39 - Ultimo aggiornamento: 14:44

Come sempre, quando c’è di mezzo un voto segreto, è impossibile sapere con certezza chi sia davvero il colpevole. Anzi, è la fiera delle illazioni e delle accuse reciproche. In questo caso, soprattutto tra Pd e Italia viva. Quel che è certo, è la vittima. E questa volta, a fare le spese di un errore di calcolo (o di calcoli fatti fin troppo bene) è il ddl Zan, il testo contro le discriminazioni e le violenze legate all’omotransfobia e all’abilismo. Il provvedimento nell’aula del Senato finisce vittima della cosiddetta ‘tagliola’, ovvero la richiesta avanzata da Lega e Fdi di «non passaggio agli articoli». In parole povere si tratta di uno stop che di fatto mette il disegno di legge su un binario morto. Una seduta concitata: si discute per ore su tutto, anche della scelta della presidente Casellati - giustificata con una serie di precedenti - di concedere lo scrutinio segreto. 

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Alla fine, a favore della richiesta votano 154 senatori, 131 contro, due astenuti. Numeri molto lontani dai conti che il giorno prima aveva fatto il Pd e in base ai quali è stata decisa anche la strategia. Domenica scorsa, infatti, Enrico Letta aveva aperto alla possibilità di modifiche ma nelle varie riunioni che si sono susseguite era stata posta una condizione preliminare a qualsiasi discussione: via la tagliola. La stessa richiesta della Lega (appoggiata anche da Iv) di rinviare tutto di una settimana era stata considerata né più né meno che come un tentativo di rimandare la pratica alle calende greche. Da lì, la decisione di alzare un muro e andare alla conta.

Ddl Zan, calcoli sbagliati

Alla quale, però, rispetto ai calcoli della vigilia, mancano almeno 16 voti. La base di partenza, infatti, era la stessa maggioranza che aveva sostenuto il provvedimento nella prima lettura alla Camera. E, dunque, oltre ai dem, M5s, Leu e Iv. Che, però, da mesi va dicendo che senza modifiche condivise il ddl non avrebbe mai avuto il via libera del Senato. Ed è anche per questo che il Pd in cerca di franchi tiratori punta il dito proprio sugli ex renziani. Il loro obiettivo, dicono, era far fallire la strategia di Letta. Anzi, fare le prove generali di un accordo con il centrodestra in vista dell’elezione del presidente della Repubblica. Matteo Renzi ribalta il ragionamento: «La responsabilità è chiara. Non importava conoscere la politica, bastava conoscere l’aritmetica». 

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Effettivamente è la logica dei numeri a dire che i soli esponenti di Italia viva non potrebbero giustificare quello scarto di 23 voti, dal momento che i presenti in aula erano 12 (tra cui non c’era Matteo Renzi, impegnato in Arabia saudita). Qualche franco tiratore sarebbe arrivato dalle stesse fila del Pd, che certamente non era tutto compatto sulla linea “ddl Zan o morte” scelta da Enrico Letta. Ma granitico non è nemmeno il M5s: il sospetto è che qualcuno abbia approfittato di questo ddl per mandare un messaggio (non confortante) verso la leadership di Giuseppe Conte. E poi c’è il composito gruppo Misto. E anche in questo caso un ruolo potrebbe averlo avuto la imminente partita per il Quirinale: voti in libertà, in cerca di collocazione, pronti a spostarsi verso il miglior offerente.


Sia come sia, c’è uno sconfitto, ed è Enrico Letta. Mentre a festeggiare è sicuramente il centrodestra. Che infatti accoglie il via libera alla tagliola con un applauso, che suona tutto sommato un po’ sguaiato se si considera che in tutti gli interventi gli esponenti di quella coalizione avevano sostenuto che l’intento era quello di confrontarsi per una legge migliore e non di affossare quella in esame. 
Per Matteo Salvini, a essere stata sconfitta è «l’arroganza di Letta e dei 5Stelle», d’accordo con lui la leader di FdI, Giorgia Meloni, che definisce «patetiche» le accuse della sinistra. Il segretario dem attacca: «Hanno fermato il futuro e riportato l’Italia indietro con i loro inguacchi». «Chi oggi gioisce per questo sabotaggio dovrebbe rendere conto al Paese», dice poi Giuseppe Conte.

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