CRISI DI GOVERNO

Il rilancio fallisce, Salvini in trincea si appella al Quirinale

Mercoledì 21 Agosto 2019 di Simone Canettieri
«Sentiamo che dice Conte». Matteo Salvini riunisce senatori e ministri prima dello showdown in Senato. Il leader della Lega dice che è pronto al voto, ma fa capire che la situazione potrebbe rientrare se il premier in Aula non calcherà troppo la mano: sono pronto a ritirare la mozione di sfiducia. C'è una lucina fioca in fondo alla crisi. «Giorgetti ha avuto contatti fino a poco tempo fa con i vertici del M5S», dicono i colonnelli salviniani. «Aspettiamo, sono fiducioso», spiega Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro.
Salvini si piazza seduto al fianco di Conte, in Aula. E il premier inizia a picchiare come un fabbro sul ministro dell'Interno. Non può rispondergli subito, ma ha una mimica pazzesca: scuote la testa, apre le braccia, alza la testa al cielo, si volta di tanto in tanto verso Giulia Bongiorno. Poi, sotto i colpi del j'accuse di Conte («Prima era l'avvocato ora è il pm del popolo», dirà) scrive in stampatello tutti «gli insulti». Confesserà poi in privato: «Non pensavo fosse così violento». Conte in un certo senso lo umilia, come dicono a Palazzo Chigi, quando tra una stoccata e l'altra gli appoggia anche una mano sulla spalla, come si fa con un figlio scapestrato. La misura è colma.

IL RILANCIO
E tocca subito al leader della Lega prendere la parola, ma dai banchi dei senatori, tutta la delegazione leghista lo segue. Bacio al rosario e parte la replica. O il duello. Con uno scambio di accuse che non investono mai Luigi Di Maio, mai citato nell'intervento del leader della Lega. Iniziano le aperture o meglio il rilancio. Per certi versi disperato in quanto tardivo: «Noi ci siamo per il taglio dei parlamentari e per una manovra coraggiosa da 50 miliardi di euro». Prima della replica di Conte annuncerà anche di aver ritirato la mozione di sfiducia nei confronti del premier. «Ma se da tempo aveva un accordo con il Pd poteva dirlo subito». Durante il suo intervento Salvini in un comizio che sembra l'apertura della campagna elettorale attinge a tutto il repertorio già noto: il Cuore immacolato di Maria (e il sottosegretario M5S Vincenzo Spadafora perde le staffe ed esce dall'aula), Giovanni Paolo II, il partito di Bibbiano.
La squadra leghista incita Matteo, Luca Morisi, il genietto che si è inventato la bestia, la macchina del consenso sociale della Lega, scrive su Twitter: «State seguendo??? Discorso stratosferico del Capitano in Senato, altro che la minestrina rancorosa di Conte, tutta basata sull'acidello attacco personale a Salvini».

Il ministro dell'Interno esce dall'aula dopo l'intervento: «Ora voglio prendermi una Fanta». Ma è braccato dai cronisti. Sipario. E dopo poco si materializza al Viminale: «Difenderò l'Italia fino all'ultimo», dice in una diretta Facebook dal ministero, diventato all'improvviso molto di più della classica Fortezza Bastiani. «È rischioso, ma l'unica soddisfazione che non lascio ai compagni è lasciare il ministero».

Tra una diretta e l'altra si occupa di nuovo dei migranti: «Sono pronto anche a un'altra denuncia». Poco prima aveva spiegato in Aula: «Con me non ci saranno gli sbarchi, nessuno entra senza permesso. Punto». Il blitz al Viminale dura meno di un paio d'ore. Perché poi il leader della Lega ritorna in trincea, al Senato, per la replica di Conte. Ennesimo rilancio: «Ritiriamo la mozione di sfiducia». Ma la risposta del premier è sferzante: «Se non hai il coraggio lo faccio io: mi vado a dimettere appena esco da qui». E' il momento del buio. E del rischio opposizione chissà per quanto tempo: «Ma la Lega - dice ancora Salvini forse per tirare su il morale alle truppe - è nata all'opposizione». Finito il film del Senato, ne inizia un altro: le consultazioni in solitaria (senza centrodestra) al Colle. E un costante e continuo appello a Mattarella: «Ho sempre avuto fiducia in lui, ha sempre detto che o c'è un governo serio per fare le cose o è meglio il voto».
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