Le baby dei Parioli, Nicoletta Romanoff e i figli: «Parole, non divieti. Serve ascoltarli»

L’attrice, mamma di 4 ragazzi, commenta la vicenda delle baby dei Parioli e il ruolo dei genitori: ascoltiamo e parliamo

Le baby dei Parioli. Romanoff e i figli: «Parole, non divieti Serve ascoltarli»
di Ilaria Ravarino
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Giovedì 25 Novembre 2021, 00:23 - Ultimo aggiornamento: 13:50

Cauta, prudente. Soprattutto su certi temi: «Sulla prostituzione preferisco far parlare i sociologi. Quello che so, della difficoltà di comunicare con i nostri ragazzi, è che oggi crescono sempre più in fretta». Madre di quattro figli – di 22, 21, 12 e 3 anni – Nicoletta Romanoff, 42 anni, attrice romana lanciata nel 2003 da Ricordati di me di Gabriele Muccino (nel ruolo di una ragazza disinibita in cerca di successo), ha speso molto tempo, e impegno, a proteggere i propri ragazzi «dai pericoli cui oggi, tra social e web, sono esposti». 

Marianna, una delle ex baby squillo dei Parioli, nella sua intervista di ieri al Messaggero ha messo in guardia le famiglie: non fate finta di non vedere se qualcosa non torna, chiedete aiuto se serve. E’ così difficile “controllare” i ragazzi, oggi? 
«Il mondo digitale ha velocizzato i processi di crescita evolutiva, soprattutto nell’adolescenza. I ragazzi sono esposti a rischi virtuali, oltre a quelli che comunque avrebbero dovuto affrontare attraverso l’esperienza diretta. E per un genitore è diventato molto difficile proteggerli. Oggi si è anticipato il momento dell’incontro con il mondo esterno, e questo da una parte ha complicato le cose, dall’altra ha reso i genitori più consapevoli». 
Qual è stata la sua esperienza? 
«Trasversale, viste le età diverse dei miei figli. Soprattutto i ventenni si sono affacciati a un mondo dove ancora i social non avevano questa importanza. Oggi sono loro a preoccuparsi per le sorelle, mi esortano e mi aiutano a controllare e proteggere i loro cellulari». 
Ha dato divieti, ha impedito certi comportamenti? 
«Non ho impedito nulla. Mi è servito molto inserire i miei figli in un contesto sportivo di gioco di squadra. Oggi fanno rugby professionistico, ma all’epoca giocavano in una società dove c’era grande protezione da parte degli allenatori. I ragazzi più grandi tenevano sotto controllo quelli più piccoli: tra rugbisti si ha l’impressione di vivere in una grande famiglia allargata. Dove io non arrivavo, o non capivo, ci pensava magari la mamma di un compagno di squadra». 
Quanto ha contato saper ascoltare i suoi figli? 
«Tutto. Sono stata fortunata, i miei figli mi hanno sempre parlato tanto. Anche troppo: magari mi raccontavano cose che potevano risolversi anche da soli. Il canale comunicativo è sempre stato aperto». 
E se le raccontavano dettagli scomodi? 
«Ho sempre cercato di incassare le informazioni senza avere reazioni che potessero precludere una futura apertura. È importante dimostrare loro che non perdi la calma, ma riesci a capire. Che consideri il momento e l’età. Può succedere di tutto, gli imprevisti capitano. Ma se hai costruito un canale, sanno di avere un appoggio. Gli ho sempre detto: avete bevuto? Prendete un taxi. Oppure vi vengo a prendere. Ma ditemelo. Ho passato notti addormentata in auto ad aspettare che uscissero da una festa. Non ho detto: ho fatto. E ringrazio il cielo che sia andata bene, perché non si può controllare tutto». 

I suoi genitori hanno fatto lo stesso con lei? 
«No, io ho ricevuto un’educazione estremamente rigida. E per natura ero ligia alle regole, mi sentivo male a infrangerle. Io non parlavo con i miei genitori: non che ci fosse qualcosa di sbagliato in loro, semplicemente preferivo condividere le mie cose con le amiche». 
Quali sono i campanelli d’allarme che segnalano il disagio di un ragazzo?
«Dipende, ognuno conosce i propri figli: se assumono un comportamento diverso dal solito, è sempre bene chiedere se stia succedendo qualcosa. In generale bisogna sforzarsi di conoscere i propri figli, non rimanere distanti dal loro mondo. Non sono così illeggibili: se l’estroverso se ne sta in silenzio o il mite diventa aggressivo, c’è sempre un motivo che giustifica il cambio». 
Consiglierebbe di rivolgersi a uno specialista? 
«Più che mandare i figli dallo psicologo, è meglio andarci noi. Può essere utile per conoscere gli strumenti che possiamo usare con loro: io stessa ho fatto tanta analisi. Non sono un medico, ma so che nel pericolo sono la prima persona che può aiutarli». 

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