Donne, cambiamo ricominciando da forza cinque

Mercoledì 28 Ottobre 2020 di Maria Latella

Mai, nemmeno nel sempre citato Sessantotto o nei cupi anni di piombo ci siamo ritrovati a vivere una fase di così totale cambiamento. Cambia lo stile di vita, e non solo perché la sera al ristorante non si andrà più per qualche tempo (quanto tempo?) ma perché i nostri ragazzi non vanno a scuola, una parte di noi lavora da casa, l’incertezza è la sola certezza e, soprattutto, fino al gennaio scorso si dibatteva allegramente delle nuove ricerche californiane su come allungare la vita oltre i cento anni. E oggi, essendo stati sani fino a un mese prima, di Covid si muore a 50 anni. 
Ci interroghiamo su quali decisioni sia giusto prendere e spesso non lo sappiamo. Abbiamo l’impressione che in realtà non lo sappia nessuno. Ci manteniamo nell’illusione di poter controllare l’incontrollabile mentre tornano in mente le parole della filosofa Nathalie Sarthou-Lajus che nel saggio “Salvare le nostre vite” scrive: «Non possiamo vivere una crisi, una prova e ancor meno superarla, se non lasciamo che essa ci attraversi». Sì, ma chi ci aiuta se nel momento dell’incertezza non abbiamo nemmeno una, una singola certezza del fatto che domani le cose cambieranno, andranno meglio, chi ha perduto il lavoro avrà occasione di formarsi a uno nuovo, chi non lo ha mai trovato forse lo troverà? 
A questo è servito finora evocare il Recovery Fund. A dare speranza nell’ora più buia e saggiamente le donne che governano l’Europa, Merkel e von der Leyen, hanno voluto che questa speranza arrivasse alle altre, a quelle che in questi mesi hanno tirato la carretta dispensando ottimismo al marito preoccupato, ai figli incupiti. Il Recovery Fund riguarderà anche voi è stato detto.
Bene. Brave. Ma adesso?
Essendo questo il quadro, da qualche parte bisognerà pur attingere a un po’ di ottimismo. E secondo me va bene guardare anche, non solo ma anche, dalla parte delle donne. Non per partito preso ma perché sono i fatti, e le cifre, a dirci che, lo ripeto, anche in questa difficilissima situazione le donne stanno tenendo botta. Pagano un conto altissimo perché sono le prime a essere licenziate, le prime a dover chiudere le piccole attività messe in piedi a fatica (molte palestre di ginnastica dolce, da yoga a pilates sono gestite da donne). E tuttavia reggono, si industriano, nelle palestre fanno lezioni collettive via web, nei ristoranti svoltano sul delivery, e quello che era il salotto di casa ormai è diventato l’ufficio di mamma e l’aula scolastica dei figli.
Ma per dare una qualche consistenza alle parole, guardiamo i dati. Una recente ricerca promossa da Intesa San Paolo all’interno dell’annuale iniziativa del Women Value compact condotta con fondazione Belisario ha messo in luce tra le medie e piccole imprenditrici italiane una serie di peculiarità che andrebbero valutate seriamente: 1) buona resilienza delle imprese a guida femminile; 2) elevata attenzione alle misure che garantiscono la sicurezza dei dipendenti; 3) forte attenzione al capitale umano attraverso attività di formazione aggiuntiva al personale; 4) forte orientamento al digitale; 5)solidità patrimoniale con giusta attenzione al rischio. Se questo vale per le imprese più solide guidate da donne, è anche vero che le stesse tendenze si ritrovano anche in chi imprenditrice non è ma con umiltà e testardaggine capisce come in tempi che richiedono un enorme sforzo in direzione di flessibilità e cambiamento, a quello bisogna attrezzarsi.
Le donne, non lo si ripete mai abbastanza, hanno dato prova di grande tenacia e buona volontà. Come sempre è accaduto nella storia del nostro Paese dalla seconda guerra mondiale in poi, In passato però alla resistenza e resilienza femminile non è corrisposto un adeguato atteggiamento dei governi. Le si mandava in pensione un po’ prima, ma non si è fatto niente per consentire loro di contribuire solidamente alla crescita del Paese e tanto meno si è consentito loro di Co-dirigere l’Italia. Tutto questo rappresenta il passato.
La pandemia sta modificando gran parte delle nostre vite e deve servire a cambiare anche il modo col quale la società tutta guarda alle componenti finora sacrificate: donne e giovani. Non è una possibilità. È un obbligo. E se si pensa di farne solo argomento di dibattiti senza che nulla cambi, allora i sacrifici di questi mesi, inclusi quelli di tante donne medico, infermiere, ricercatrici, saranno colpevolmente buttati via. Non dobbiamo permettere che succeda. E non lo permetteremo.
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Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre, 07:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA