CORONAVIRUS

Coronavirus, nel gigantesco stadio di rugby di Cardiff il più grande ospedale per i malati di Covid-19 del Regno Unito La trasformazione e quel tetto chiuso

Giovedì 23 Aprile 2020 di Paolo Ricci Bitti
Coronavirus, nel gigantesco stadio di rugby di Cardiff il più grande ospedale per i malati di Covid-19 del Regno Unito La trasformazione e quel tetto chiuso

Lo smisurato tetto rettrattile è chiuso, ma tanto Dio non vedrebbe ugualmente le folgoranti mete dei rugbysti gallesi sul prato verde smeraldo, ma solo una distesa di tendoni candidi. Per montarli hanno tolto anche gli altissimi pali bianchi ad acca. E in quattro settimane il Principality stadium nel centro di Cardiff è diventato il più vasto ospedale per malati di coronavirus del Regno Unito: 2.000 posti per fronteggiare le fasi più dure dell’emergenza che al di là della Manica sono ancora lontane. I morti sono ufficialmente 18mila, ma il Financial Times ne indica 41mila. 

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A inaugurare l’allestimento, che ha coinvolto anche spogliatoi, palestre, sale da banchetto e gli sterminati corridoi ovali nella pancia dello stadione, è stato lo stesso principe Carlo, a sua volta colpito dal coronavirus e guarito molto in fretta nelle settimane scorse. Carlo ha parlato dalla Scozia in videoconferenza, trasmesso sui maxischermi che dal 1999 rilanciano le gesta dei Dragoni, la nazionale gallese di rugby, quanto di più simile, in corpo e anima, agli All Blacks della Nuova Zelanda.

«In Galles non si possono battere i gallesi: al massimo può capitare di segnare qualche punto più di loro» diceva Sid Going, leggendario mediano di mischia del XV neozelandese degli anni Settanta che continua ancora a vestire in “tutto nero”: dalla maglia All Blacks alla tonaca della chiesa metodista.

E in fatto di rugby il medievale vallo di Offa divide ancora il Principato dal resto del Regno britannico e nella capitale della nazione più ovale al mondo dopo quella dei Kiwi lo stadio del rugby, la cattedrale, non ha mai lasciato il centro del villaggio. Fate conto che l’Olimpico fosse stato costruito ai piedi di piazza di Spagna oppure San Siro, a Milano, di fronte al Duomo.

Prima l’Arms Park, di cemento, a ferro di cavallo, un curva aperta, a “terrace”, affacciata sulle vie dello shopping. Una volta Richard Burton, che rinunciò alla nazionale di rugby per la carriera da attore (face bene, naturalmente, ma era davvero un ottimo flanker), vi portò pure la moglie Liz Taylor.

Poi, dal 1999 questa enorme pentola a pressione. Il Millennium. Più che uno stadio. un teatro dell’opera per gli inni gallesi eseguiti a pieni polmoni da 74.499 fedeli: una struggente e possente onda d’urto senza uguali che ti schiaccia sul seggiolino. La prima volta che si ascolta "La terra dei nostri padri" in quello studio, fianco a fianco dei fedeli gallesi, si capisce una volta per tutte che cosa significhi uno sport per rappresentare l'orgoglio di appartenenza a una nazione, a una comunità. Lo ricorda anche l'ambasciatrice del regno Unito a Roma, Jill Morris, radici gallesi: «Questo gioco, fin dalla metà dell’800, attraversa tutta la società gallese: è divenuto uno dei modi più trascinanti per definire l’identità di una piccola nazione così come i romanzi di Llewellyn e le poesie di Dylan Thomas».  

Si fa cifra tonda di 75mila posti al Principality con la poltrona, nel “palco” reale, riservato al principe del Galles, patrono della federazione gallese che per costruire il primo stadio per il rugby al mondo con il tetto coperto (mobile) si dissanguò.

Aperto dal 1999 per ospitare la Coppa del Mondo (nonché concerti di rockstar mondiali e partite di calcio tipo la finale di Champions del 2017 fra Juventus e Real Madrid), doveva sorgere sulla riva del fiume Taff esattamente sulle fondazioni dell’Arms Park (National Stadium), ma un contenzioso con l’attiguo impianto del Cardiff ha imposto modifiche al progetto. Gli impennaggi del tetto retrattile sfiorano gli edifici, per rimarcare ancora di più la storica posizione al centro del centro della capitale di 600mila abitanti, un quinto di quelli della pugnace nazione. Uno di quei giganteschi "tiranti" che sporgono dal tetto dello stadio venne deviato, durante la costruzione, di 15 centimetri proprio per non impattare con un palazzo. 

Quando piove il tetto viene chiuso, ma c’è sempre chi rimpiange il fango del rugby d’antan con in più una nobilissima motivazione: per i gallesi, che si dice siano stati tutti concepiti su un campo da rugby, la palla ovale è il gioco preferito in Paradiso e non si può impedire a Dio e al vasto pubblico di lassù di scorgere le gesta dei Dragoni che su questo prato non si arrendono mai.

Il discorso del capitano Phil Bennett ("Colui che camminava sulle acque) del 1977 resta un manifesto storico: “Guardate cos’hanno fatto al Galles questi inglesi. Hanno preso il nostro carbone, la nostra acqua, il nostro acciaio. Comprano le nostre case per usarle due settimane l’anno. E in cambio? Nulla: siamo stati sfruttati, umiliati, controllati e puniti dagli inglesi. E oggi giochiamo contro di loro!”. Quel giorno gli inglesi andarono al tappeto 14-9.

Dal 2016 si chiama Principality Stadium , dal nome dello sponsor e il principe William, principe del Galles, accompagnato da Kate Middleton, non manca mai durante i match del Sei nazioni dopo aver ereditato la rappresentanza dal padre Carlo, per qualche anno affiancato in tribuna dalla principessa Diana che vestiva sempre di rosso fiammante, il colore del maglia del Galles.

Adesso il Sei Nazioni è sospeso ma il rugby combatte ugualmente contro la pandemia: la federazione gallese, proprietaria dello stadio, si è subito messa a disposizione del servizio sanitario nazionale per l’allestimento dell’ospedale per i malati di Covid-19. Anche la federugby inglese ha aperto i cancelli, sorvegliati da leoni dorati, del tempio di Twickenham alle porte di Londra. Per ora ambulatori sono stati impiantati all’esterno delle poderose tribune. In campo anche i rugbysti italiani, che di stadioni però non ne hanno: a Parma, Rovigo, Piacenza, Cesena sono diventati volontari del soccorso e “fattorini” per fare la spesa agli anziani. L’esempio è Maxime Mbanda, azzurro, che fa parte degli equipaggi della Croce Gialla a Parma.

Di fronte a questo stadio diventato ospedale viene in mente, mentre si ferma il respiro, l’immagine di un altro prato con le porte ad acca: quello dell’Acqua Santa-Gran Sasso dell’Aquila che undici anni fa era ancora in costruzione quando la protezione civile vi installò decine di tende per accogliere gli sfollati dal terremoto. Tende poi gestito dai volontari, giocatori e dirigenti, del club aquilano. Il blu di quelle tende sul verde del prato all’ombra di quegli alti pali bianchi. Il rugby, anche se non si gioca, non si tira mai indietro.

 

Ultimo aggiornamento: 13:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA