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Esplosione Beirut, cosa è successo: «Non è un attentato», Pentagono smentisce Trump. Porto devastato

Mercoledì 5 Agosto 2020
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Esplosione Beirut, ecco cosa è successo: Pentagono smentisce Trump: «Non è attentato»

Cosa è successo davvero a Beirut? «Sembra un terribile attentato», ha detto Donald Trump dalla Casa Bianca, a qualche ora dalle devastanti esplosioni che ieri hanno colpito la capitale libanese, con decine di morti e migliaia di feriti. Ma tre fonti del Dipartimento della Difesa - coperte da anonimato - hanno poi riferito alla Cnn di non aver visto indicazioni sulla possibilità che le terribili esplosioni siano frutto di un attacco.

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Beirut, il porto devastato dalle esplosioni

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Una fonte ha sottolineato come se ci fossero state indicazioni in tal senso sarebbero immediatamente scattate misure rafforzate per le truppe e gli asset Usa nella regione e secondo la fonte - almeno fino al momento delle dichiarazioni - non c'è nulla di tutto ciò. Trump ha garantito che «gli Stati Uniti sono pronti a dare aiuto al Libano» e poi ha aggiunto: «Ho incontrato alcuni dei nostri generali e sembra di capire che non si sia trattato di un qualche tipo di incidente». «Sembra essere secondo loro - ha proseguito - lo sapranno meglio di me, sembrano pensare che sia stato un attacco. Una bomba di qualche tipo». E, riferisce ancora la Cnn citando due fonti del Pentagono, dopo le dichiarazioni di Trump funzionari libanesi hanno sollevato preoccupazioni con i diplomatici americani per l'uso della parola «attacco».


 

 
 

L'esperto Usa: «Onda d'urto come una piccola bomba atomica»

«Non dico che il nitrato di ammonio non c'entri, potrebbe, ma sembra ci fossero anche altri elementi». È quanto ha affermato Anthony May, ex esperto dell'agenzia governativa Usa Atf, che - in dichiarazioni riportate dalla Cnn - commenta il colore della nube di fumo sprigionata dalle esplosioni di ieri a Beirut, il "rosso", «non coerente con il nitrato di ammonio», che dovrebbe risultare "giallo". «Non c'era materiale nucleare di cui eravamo a conoscenza - ha aggiunto - ma l'onda d'urto generata è equivalente a un piccolo dispositivo nucleare».
 
 

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L'ex premier Hariri: «Dubbi su tempi, modalità e luogo»

Il partito dell'ex premier libanese Saad Hariri privilegia la pista dolosa per l'esplosione che ha devastato ieri il porto e gran parte di Beirut, esprimendo «grandi dubbi sui tempi, sulle modalità e sul luogo» della deflagrazione. Il partito sunnita "movimento Futuro" afferma in un comunicato diffuso a seguito di una riunione odierna che «non si accontenterà di piangere sulle rovine di Beirut» e considera quanto accaduto «una guerra distruttiva» come le altre, la cui «gravità è quella di decidere di assassinare Beirut». La devastazione della capitale libanese «non è meno tragica del crimine commesso con l'assassinio del presidente martire Rafiq Hariri e dei suoi compagni, su cui la Corte penale internazionale emetterà una sentenza fra due giorni», conclude il comunicato.

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Moldavia nega ogni responsabilità

Le autorità della Moldavia hanno negato oggi di avere alcuna responsabilità nella duplice esplosione che ha colpito Beirut. Stando alle notizie pubblicate da alcuni media il nitrato di ammonio che si sospetta sia scoppiato nel deposito del porto era stato trasportato in Libano a bordo di una nave battente bandiera moldava. Ma l'imbarcazione, secondo le autorità marittime di Chisinau, non batteva più bandiera moldava da sette anni. «Non importa quale bandiera battesse l'imbarcazione», ha comunque dichiarato il capo dell'autorità marittima parlando con l'Interfax, sottolineando come il fattore decisivo sia il modo in cui questo materiale è stato conservato nel deposito di Beirut.

Gli ex premier chiedono un'inchiesta internazionale
Quattro ex primi ministri libanesi hanno chiesto in una dichiarazione congiunta che sia una commissione d'inchiesta internazionale ad appurare le cause delle due gigantesche esplosioni di ieri nel porto di Beirut. Lo riferisce il sito del quotidiano libanese An Nahar. I quattro ex capi di governo, Saad Hariri, Najib Miqati, Fouad Saniora e Tammam Salam, affermano che la città di Beirut, dopo avere «sofferto per oltre quattro decenni per una catena infinita di distruzioni e abusi, è colpita da una catastrofe che poteva essere evitata se non fosse stato per l'assenza di leadership». Per questo ritengono necessario chiedere alle Nazioni Unite o alla Lega Araba di formare una commissione d'inchiesta internazionale araba, composta da giudici e investigatori «che siano professionali e imparziali per scoprire le circostanze e le cause della catastrofe». «Allo stesso tempo - si aggiunge nella dichiarazione - gli ex primi ministri fanno appello a tutte le agenzie del porto perché lavorino insieme per preservare la scena del crimine e assicurare che non sia inquinata».

Centomila bambini senza casa
«Secondo quanto riportato dai media, circa 300.000 persone sono rimaste senza casa a Beirut» e Save the Children «stima che, tra di loro, oltre 100.000 bambini abbiano perso le proprie case e tutto quello che avevano. Allo stesso tempo, è stato detto loro che non potevano uscire a causa del gas tossico scaturito dall'esplosione, mentre coloro che hanno subito lesioni, tagli ed emorragie esterne non vengono curati negli ospedali, perché quasi tutte le istituzioni sanitarie di Beirut sono già al limite della propria capacità». In queste ore «cominciano ad emergere le storie di bambini separati dai loro genitori dopo l'esplosione di ieri», sottolinea Save the Children, che «chiede che la sicurezza e il benessere dei bambini e il loro ricongiungimento con i parenti siano una parte fondamentale della risposta». «L'esplosione non poteva avvenire in un momento peggiore: le stime diffuse dall'organizzazione appena una settimana fa dimostrano che oltre mezzo milione di bambini a Beirut stavano già lottando per sopravvivere o stavano addirittura soffrendo la fame a causa della profonda crisi economica e questa tragedia non potrà far altro che peggiorare la loro situazione - prosegue - Tra l'altro, tutto è accaduto appena un giorno dopo la chiusura del lockdown causato dal Covid-19 a Beirut, e poco prima dell'entrata in vigore di una nuova chiusura. Molte persone hanno approfittato di questa finestra di opportunità per andare a correre, o semplicemente per socializzare e stare in riva al mare e sfuggire alle loro preoccupazioni - molto vicino al luogo dell'esplosione». 

«Non sappiamo ancora quanti bambini abbiano perso la vita, ma temiamo che ce ne possano essere molti tra le vittime o i feriti. Altri avranno perso i genitori o i familiari nell'esplosione o si separeranno da loro nel caos che è seguito. Tutto ciò può essere estremamente traumatico per un bambino ed è vitale in questi momenti che siano tenuti al sicuro e si sentano protetti, che abbiano persone di fiducia con cui parlare», sottolinea Save the Children. «È fondamentale che venga istituito un sistema per riunire i bambini con i loro genitori o altri membri della famiglia, una sfida molto difficile da gestire e a cui la nostra Organizzazione è pronta a dare il proprio contributo, se necessario», ha affermato Jad Sakr, direttore di Save the Children a Beirut. «La gente ha iniziato a offrire le proprie case agli sfollati e Save the Children è stata in contatto con le famiglie vulnerabili con cui lavora per vedere se sono state danneggiate, ed è pronta ad intervenire per tenere i bambini al sicuro, protetti e nutriti», conclude.

Ultimo aggiornamento: 6 Agosto, 08:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA