La scrittrice Jennifer Pashley: «Per alcune donne la sofferenza è nell’incrocio tra povertà e diseguaglianza»

Venerdì 4 Settembre 2020 di Valentina Venturi
Jennifer Pashley © Martirene Alcantara
La roulotte è una casa in movimento che in America può trasformarsi in un contenitore di emozioni, povertà e segreti. Sarà forse per questo che Jennifer Pashley, autrice del romanzo “Il caravan” (Carbonio Editore 2020, traduzione di Anna Mioni), l'ha messa al centro di una vicenda piena di luci e ombre, di speranza e dolore, di brutalità e purificazione, di povertà e degrado in cui il bene e il male si confondono, miscelandosi. Una sorta di “True detective” al femminile, dove le protagoniste sono sì le sorelle Khaki e Rayelle, ma anche l'evidente fine del sogno americano e la violenza maschile.

Da cosa crede derivi la violenza sulle donne?
«Penso che siano molte ragioni per cui la violenza ha luogo. A volte è una maledizione che si tramanda di generazione in generazione. Gli uomini sono stati educati con violenza, hanno assistito a violenza e sono stati essi stessi oggetti di violenza, così replicano tali modelli senza correggerli. Alla base di tutto ciò - ossia di questo bisogno di controllo - penso ci sia la paura di venire manipolati a loro volta, paura di diventare vittime loro stessi. La violenza non viene dal nulla, è qualcosa che nasce da un’altra parte e questa altra parte è di solito altra violenza, degrado, abuso, predominio. Qualcosa che si ripete una generazione dopo l’altra».

Violenza e dolore sono inevitabili nella società odierna?
«Credo che una parte di sofferenza sia inevitabile, specialmente nelle fasi di passaggio. Il cambiamento che porta a crescere può essere doloroso, come quando spuntano i denti o si sta per partorire. Ma ne vale sempre la pena. Spererei che la violenza non fosse inevitabile ma, purtroppo, non sembra sia così. Di nuovo mi sento di dire che la violenza nasce dalla diseguaglianza e dalla paura».

Perché utilizzare un caravan nel titolo e nella storia?
«Volevo fortemente scrivere un romanzo on the road, una storia che spaziasse tra diverse parti degli Stati Uniti d’America, e allo stesso tempo volevo restringere il campo a qualcosa di molto piccolo; il caravan modello Scamp misura solo 13 piedi (meno di quattro metri). Mi piaceva l’intimità che uno spazio così piccolo avrebbe imposto a Rayelle e Cooper. E poi Scamp (titolo originale del romanzo, ndr.) è anche un gioco di parole: è il nome di una marca di roulotte ma significa anche “briccone”. Uno scamp è un imbroglione, un burlone e c’è anche questa componente nel senso del titolo».
 
Ci sono parti autobiografiche?  
«Non veramente. Qualche dettaglio minore, più che altro nell’ambientazione: il caravan dove vive la mamma di Rayelle, la città di South Lake, la Gran Torino verde che avevamo quando ero piccola». 
 
La situazione della donna in America è come viene descritta nel suo romanzo?
«Per alcune donne - soprattutto nere, native o migranti - la situazione può essere anche molto, molto peggiore. La sofferenza principale e la difficoltà maggiore stanno nell’incrocio tra povertà e diseguaglianza. Quando a ciò si aggiunge la malattia mentale o la dipendenza, è come un barile di polvere da sparo che sta per esplodere». 
 
Conosce la situazione femminile italiana? Cosa ne pensa?
«Non posso dire di conoscere la situazione delle donne in Italia, a parte quello che viene riferito dai media e dal cinema. Immagino le donne italiane come forti, indipendenti e alla moda. Di recente ho scoperto che alcune non prendono il cognome del marito quando si sposano: adoro questa cosa!». 

Ha un riferimento letterario?
«La struttura e il linguaggio del libro sono stati influenzati dallo stile di Tony Morrison; invece per l’idea di romanzo on the road e per l’intreccio giallo ho preso ispirazione da Lolita. Penso che sia Morrison che Nabokov abbiano scritto dell’America in maniera diversa da tutti gli altri scrittori, da prospettive molto diverse». 
 
Si definirebbe una femminista?
«Sì, mi considero femminista, mi riferisco a un femminismo intersezionale: la saggezza delle donne nere e delle donne di colore di altre etnie, assieme alla saggezza della comunità queer. Penso che se il femminismo non abbraccia incisivamente anche la questione della razza e della classe, allora sia inutile». 
 
Quali i limiti dell’essere donna nel 2020?
«Non dovrebbero esserci, ma in America le donne non sono ancora pagate allo stesso modo degli uomini sul lavoro, il 22% in meno. E la percentuale scende se si tratta di una donna di colore. Siamo pericolosamente vicine a perdere anche i “diritti riproduttivi”, come il diritto ad abortire in sicurezza e a costi economici accessibili. Ci sono anche casi in cui la tua posizione lavorativa può determinare se la tua assicurazione sanitaria copre o meno le spese per la contraccezione. La maggior parte delle donne, poi, non ottiene un’indennità adeguata per il congedo di maternità. L’asilo nido rappresenta una spesa proibitiva per molte madri che lavorano, tanto che spesso non possono permetterselo e questo rappresenta un limite alle loro possibilità di carriera. Al vertice della piramide economica ci sono le donne bianche che sembrano avere meno restrizioni, ma queste restrizioni sono destinate ad aumentare scendendo nella scala sociale, venendo meno il privilegio di razza, di ceto, di opportunità educative decenti e di un ambiente sicuro a livello di salute. A tutto ciò non si può pensare di dare un’unica risposta, perché le donne in America non sono un monolite. Le situazioni delle donne americane possono essere diverse, a seconda dell’appartenenza ad altre categorie». 
 
La politica di Trump ha peggiorato la realtà?  
«Trump ha peggiorato in modo esponenziale la realtà degli Stati Uniti. Tra i peggiori effetti della sua amministrazione c’è l’accentuazione delle divisioni: evidente nel sessismo, nel razzismo, nella xenofobia, nell’omofobia, nelle disparità economiche crescenti. Tutto ciò è andato amplificandosi, perché è lo stesso presidente a infiammare gli animi di odio. Non avendo come obiettivo l’unione e l’eguaglianza tra le persone quanto, appunto, la divisione, è nel suo interesse che ci siano miglioramenti solo per una parte della popolazione statunitense, quella a cui lui sente di appartenere. 
 
Pensa che la scrittura femminile sia differente da quella maschile?
«No, sebbene sia convinta che ci siano scrittori considerati essenzialmente maschili o particolarmente femminili. Penso che prospettive diverse si prestino a osservazioni diverse, ma che ciò non sia limitato al genere. Non credo che niente sia limitato al genere».
 
Su cosa sta lavorando?
«L’8 settembre esce negli Usa “The Watcher”, il mio nuovo libro. Come “Il caravan” , anche questo è un romanzo ricco di suspense oscura, che ha elementi propri del noir americano; è un thriller che affronta problematiche dell’America povera rurale che erano già ne “Il caravan”. Sto lavorando a un altro thriller della stessa serie e ad alcuni saggi che trattano di questioni generazionali, violenza domestica e lutto». © RIPRODUZIONE RISERVATA