Valentino Talluto, parla la prima donna che denunciò l'untore dell'Aids: «Scoprii di essere
la punta di un iceberg»

Domenica 24 Novembre 2019
Al centro, Valentino Talluto
Pensava di essere sola poi, alla fine di una guerra iniziata nel 2014, la condanna che «rappresenta la forza di ogni singola donna abusata, una donna alla quale quest'uomo ha tolto un pezzo di vita». Parla a poche settimane dalla sentenza della Cassazione che ha riconosciuto Valentino Talluto responsabile di aver infettato consapevolmente con il virus dell'Hiv oltre trenta ragazze. Una catena di contagio che si è spezzata proprio grazie alla denuncia di Fortuna (nome di fantasia), portando alla luce una lunga lista di vittime.

«Rifarei quella querela altre mille volte se necessario - racconta all'Adnkronos la ragazza, assistita dall'avvocato Irma Conti, Cavaliere della Repubblica proprio per il suo impegno nella lotta alla violenza sulle donne - perché continuavo a dirmi se ha mentito a me, a quante altre avrà mentito?». Tutto è partito da quella denuncia. «Era il 2014 ed ero risultata positiva al test dell'hiv. Avevo due persone in mente frequentate a breve distanza - dice ripercorrendo l'inizio della storia - uno dei due ragazzi lo portai personalmente a fare il test: lo leggemmo insieme, negativo. Mi era rimasto solo Valentino, e dopo che mi inviò un certificato falso, decisi di non rimanere in silenzio e andare in procura. Dopo 6 mesi, mi dissero che ero solo la punta dell'iceberg».

Ad avviare l'inchiesta che ha portato in carcere Talluto nel 2015 con l'accusa di lesioni gravissime è stato il pm Francesco Scavo che con le sue indagini è risalito alle altre vittime del contagio, conosciute in chat e suoi social e tenute all'oscuro della sua sieropositività. Un lavoro ereditato poi dal pm Elena Neri che ha portato alla prima condanna a 24 anni il 27 ottobre del 2017. Pena lievemente ridotta, a 22 anni, in Appello l'11 dicembre 2018. A riconoscere la colpevolezza di Talluto lo scorso 30 ottobre i giudici della Cassazione che hanno confermato la condanna a 22 anni e disposto un processo d'Appello Bis per rideterminare la pena al rialzo.

«Il 30 ottobre - dice la ragazza - è la data in cui abbiamo vinto la nostra battaglia più grande. È dura stare in un'aula di tribunale. Hai paura che tutte le lotte combattute fino a quel momento possano svanire in un solo istante. Per noi non è stato così. I 22 anni di condanna rappresentano tanto, rappresentano la forza di ogni singola donna che riceve un abuso, perché un abuso non è solo una violenza fisica, e soprattutto, è un ulteriore tassello, per far capire che nessuno può decidere della vita e della salute delle altre persone». «Valentino ha scelto per noi, quando non ne aveva nessun diritto - continua la prima vittima dell'untore - Non siamo oggetti che vengono utilizzati a piacimento da altri».

Un percorso difficile che le vittime del contagio hanno condiviso anche in aula, fianco a fianco. «Non è mai stato semplice, dalla prima volta che abbiamo varcato la porta dell'aula bunker. Ricordo ancora tutte quelle emozioni in modo forte, come fosse ieri. La parte dura per ognuna di noi è stata dover raccontare ogni aspetto della propria vita, anche intima. Ma per me, la parte più difficile è stata sentire ogni singola testimonianza. Ad ogni lacrima che ognuna di loro versava, era una nuova ferita. E pensavo solamente come ha potuto fare una cosa del genere a chi gli ha voluto bene».

«Avere una patologia del genere inizialmente ti annienta, ti distrugge fisicamente e mentalmente - racconta la ragazza - pensi di essere inadeguata, perché questo ti fa credere la società. A chi vive una situazione simile alla mia direi: siate voi stessi e non pensate che ve la siete meritata o che sia colpa vostra. Siamo esseri umani come tutti, con sentimenti, emozioni, e proprio questa voglia ci fa prendere costantemente il nostro salva vita». A cinque anni da quella denuncia che ha permesso di accertare le responsabilità, «Valentino ha avuto l'occasione di chiedere almeno scusa, invece nulla, non ha mai chiesto scusa, mai dato una risposta alla domanda che ci porteremo dietro a vita ormai... perché l'hai fatto?
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