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Musica, donne in minoranza ma vendono il doppio. Levante: «Divario inaccettabile»

Musica, le donne sono in netta minoranza ma il mercato le premia
di Franca Giansoldati
4 Minuti di Lettura
Sabato 8 Febbraio 2020, 00:27 - Ultimo aggiornamento: 9 Febbraio, 12:07

«Sei nata paperina che cosa ci vuoi far...». Che ci fosse una discriminazione sotterranea, strisciante, impalpabile, difficile da catturare eppure ugualmente potente da generare divario tra uomini e donne, se ne era accorta persino Nilla Pizzi. Ovviamente si deve andare un po’ indietro nel tempo, quando il Festival di Sanremo era agli esordi, l’Italia si avviava verso il boom demografico ed economico, la guerra restava un brutto ricordo alle spalle, e l’industria discografica cominciava a marciare a pieno regime, complice una voglia collettiva di leggerezza e speranza.

PAPAVERI
«Lo sai che i papaveri son alti alti alti e tu sei piccolina, e tu sei piccolina». Nilla Pizzi cantava questo brano straordinario in cui è racchiusa la parabola gattopardesca del gender gap, anche se allora, a Sanremo, non c’erano le parole in inglese e i concetti non erano ancora stati messi a fuoco. Ma già allora era chiaro che le cantanti dovevano faticare il doppio e il tempo non ha mutato le dinamiche. Nel frattempo sono cambiate le canzoni, si sono alternati sul palcoscenico dell’Ariston artisti e artiste bravissimi ma in fondo l’equità di genere è sempre rimasta in un cantuccio. Cantanti, cantautrici o autrici, per esempio, non hanno il medesimo trattamento, perennemente sbilanciato a favore dei colleghi. Basta dare una occhiata ai numeri, anche se poi, però, per ironia del destino, le cantanti hanno sempre generato più introiti, entrando nel mito. Milva, Mina, Iva Zanicchi, Orietta Berti, Marcella Bella, Patti Pravo, Giorgia, Fiorella Mannoia. A fotografare la statistica, impietosa e illuminante al tempo stesso, è una colossale ricerca di Nuovo Imaie sull’industria musicale dal 1947 ad oggi. In generale alle cantanti sono andati ruoli primari solo per il 7,44% mentre ai colleghi per il 92,56%. Praticamente l’andamento resta costante anche per i ruoli comprimari. Anche in questo caso le artiste rappresentano il 9,46% (per un totale di 93.872) contro il 90,54% (898.938) degli artisti maschi. Il totale delle esibizioni maschili arriva quasi al 92% a fronte delle cantanti ferme all’8,15%. Uno sbilanciamento che non è solo italico visto che in tutte le nazioni (sono state esaminate oltre 750mila registrazioni in 116 paesi) le differenze spiccano vistosamente. Spagna, Francia, Germania, Russia, Svezia, Canada, Stati Uniti. Ma se la discriminazione ai blocchi di partenza si misura sul palco, il sorpasso, straordinariamente tutto al femminile, premia soprattutto le cantanti. A dircelo stavolta sono i dati economici.





IL MERCATO
Nonostante solo il 7,44% delle artiste riveste ruoli primari, i proventi economici che queste hanno generato sono stati più del doppio rispetto a quelli dei cantanti. Il valore economico delle performance delle cantanti è maggiore a quello dei colleghi (16,78%). Il dato disaggregato fa affiorare poi una seconda sorpresa: la fascia d’età che va dai 18 ai 34 anni porta un ulteriore aumento fino al 32%. Il risultato è che la musica femminile incontra i gusti del mercato, ne intercetta i bisogni, accogliendone le sfumature. Insomma, fa felice il business e il mercato discografico. Eppure «per le donne il terreno della musica è sempre stato difficile», sottolinea Levante. «Un problema culturale che è difficile affrontare. Quando pubblicai il video di Memo mia madre dovette difendermi su YouTube perché tanti uomini scrivevano: è lì solo perché è bella, oppure quanto ti fanno male le ginocchia?». Anche a Sanremo le dinamiche sembrano non cambiare. Un tema tabù che fino a poco fa non si poteva sollevare. Non era utile, né diplomatico nemmeno affrontare la disparità dei cachet tra presentatori e presentatrici. Alba Parietti l’anno scorso ha rotto il silenzio sulle cifre che percepivano Claudio Baglioni (700 mila euro) e Claudio Bisio (450 mila) mentre a Virginia Raffaele andavano solo 350 mila.



RISPETTO
Il gender pay gap entrava nelle dinamiche dello spettacolo italiano, proponendo i soliti problemi. Iva Zanicchi ha ricordato con amarezza l’intervento volgare che a Sanremo le rivolse Benigni nel silenzio degli astanti: «Offese la mia dignità di donna, di madre e di nonna trattandomi come la peggiore donna di strada, con l’avallo di Paolo Bonolis. Non è cosi che avrei voluto chiudere l’avventura di Sanremo». 

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