Germana Cabrelle, Madame Moskardin: «Le donne accoglienti e inclusive, il mio motto è: collaborare non competere»

Giovedì 22 Ottobre 2020 di Valentina Venturi
Germana Cabrelle a Venezia

Nel 2005 da dipendente pubblica decide di lasciare il certo per l’incerto: il posto fisso per la libera professione. Una scelta drastica, definitiva, avvenuta durante l’avvento della prima grande crisi economica, eppur salvifica. Da quel momento la vita di Germana Cabrelle non ha più avuto limiti. Ha ideato la risposta veneta al notebook con Moskardin: un Moscardino con sette tentacoli come le province del Veneto; è autrice di libri, tra cui i gioielli di design dei più grandi artisti del 900, pubblicato per Treccani; da appassionata di stelle e segni zodiacali, vaticina oroscopi tra il serio e il faceto con il nome d’arte di Madame Moskardin. Una donna che ha ascoltato il suo cuore.

Nel mondo del lavoro crede che le donne abbiano una marcia in più? E se sì, da cosa dipende?

«Anni fa, a un corso di crescita personale, mi appuntai questa frase: “L’uomo sa il dove, la donna il come”. Ecco, credo che le donne abbiano una mappatura ampia della vita, del resto danno la vita, sono naturalmente predisposte per una modalità accogliente, inclusiva, non esclusiva. Da sempre il mio motto è “collaborare, non competere” e credo fortemente nella cooperazione tra persone. Quella tra uomini e donne, se avviene nel rispetto personale e professionale, non può che essere una sinergia vincente e arricchente».

Ha mai dovuto evitare situazioni “scomode”?

«Nel lavoro sono fiera di dire che mi sono fatta da sola, da sempre e in tutto. Certo,  episodi spiacevoli mi sono capitati, come credo a tante donne nel corso di una carriera, ma sono riuscita a gestirli non facendomi coinvolgere. Per mia esperienza posso dire che se c’è il talento prima o poi i risultati arrivano. Nella vita, come nel lavoro, non esistono scorciatoie e personalmente credo nella meritocrazia».

Esiste la solidarietà al femminile?

«Sì, nell’amicizia vera. Fuori da questa sfera, non sempre. In ambito lavorativo ci sono donne che hanno sviluppato princìpi fortemente competitivi ad andamento verticale, mentre la solidarietà è orizzontale. Comunque, a mio avviso, è sempre un discorso riconducibile ai valori tra persone, al di là del genere».

Qual è stata la spinta per lasciare il posto fisso?

«Da Sagittario ho sempre avuto un cuore avventuroso e uno spirito viaggiatore. Devo molto al mio ruolo di dipendente pubblica: mi ha dato stabilità e senso del dovere, consentendomi di vedere da vicino e toccare con mano cosa significhi ricoprire un ruolo istituzionale. Però il desiderio sotto traccia e mai sopito di misurarmi con me stessa e mettere in gioco le mie capacità, ha avuto un giorno il sopravvento. Ho seguito il mio istinto di bambina che mi faceva scrivere nei temi che da grande avrei voluto fare la giornalista o la fotografa. E così è stato».

Quando si è detta: “Ho fatto la scelta giusta”?

«Quando ho ricevuto i complimenti di Erri De Luca dopo un’intervista a casa sua: per posta mi ha inviato un suo intonso di poesia con dedica autografata dove mi ringraziava “per le belle parole e per il ricordo del nostro incontro”. Anche quando intervistai Alda Merini nella sua casa sul Naviglio Grande a Milano mi sono detta “ho fatto la scelta giusta”. Un auto-incoraggiamento che mi sono ripetuta anche lo scorso anno dopo il volume pubblicato per Treccani».

Cosa è il Moskardin? Come le è venuto in mente?

«È un notebook tascabile, nato da un guizzo creativo che ho avuto quando, girando il mondo, mi volevo appuntare sensazioni e stati d’animo in qualcosa di mio, di personale e originale come i miei pensieri. Così ho ideato il taccuino in omaggio alla mia regione, ispirato a un moscardino dell’Adriatico che ho abbozzato personalmente con sette tentacoli, come le province del Veneto. Ho depositato la proprietà intellettuale ed è diventato un marchio registrato. Moskardin è anche un riscatto: la continuazione, a distanza di 40 anni, di un disegno interrotto alle elementari. Un giorno mentre disegnavo la barba di Leonardo da Vinci, la maestra mi interruppe sgridandomi perché in quel momento stava spiegando le divisioni. Venni sospesa da scuola e dallo choc non sono più stata in grado di disegnare. Non toccai fogli e colori per tantissimo tempo. Un giorno del 2008 tracciando i tentacoli del moscardino ebbi un insight: mi ricordavano i fili della barba di Leonardo e gioii nel vedere che sapevo ancora disegnare. Ma soprattutto che avevo abbracciato gli opposti: un trauma era diventato guarigione».   

Chi è invece Madame Moskardin?

«Il mio alter ego! Madame Moskardin è ironica e al contempo saggia, ama la tarologia e i mondi sottili ma si diverte anche a vaticinare oroscopi, tra il serio e il faceto.  È come il personaggio colorato e colorito di un fumetto creato per me da Nadia Guidi: indossa cappello, occhiali, orecchini e un cravattino a forma di moscardino».

Esiste un segno zodiacale “donna”?

«Più di uno: tutti i segni d’Acqua e di Terra, che incarnano sensibilità e concretezza, e non a caso sono i 6 segni femminili. Della triade d’Acqua sicuramente la donna Scorpione ha molto charme, mentre della triade di Terra, il Toro è altamente femminile. A doverne scegliere uno soltanto, però, direi sicuramente il Toro».

Com’è strutturata la sua professione oggi?

«Attualmente la mia professione non mi vede più da sola ma in tandem con una collega cui mi accomunano condivisione e complementarietà. È un sodalizio che guarda lontano, con una mission e una vision precise e un motto che ci accompagna: “l’apparenza deve essere uguale alla sostanza”. Dopo tanti sacrifici e passione questa collaborazione sta dando i suoi frutti».

Cosa consiglierebbe a una giovane donna?

«Di mettersi in ascolto profondo della sua essenza, di coltivare il proprio talento. E da attitudine farne un’attività».

Ha un riferimento professionale?

«Più di uno. Stimo molto la giornalista Silvia Nucini, per il timbro di scrittura coinvolgente e l’approccio sempre equilibrato. E sono una fan della scrittrice Teresa Ciabatti, che un giorno mi piacerebbe conoscere di persona».

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