La scrittrice Catena Fiorello: «Le mie fimmine, coraggiose e forti, lottano per cambiare il loro destino»

Domenica 30 Agosto 2020 di Valentina Venturi
Catena Fiorello
«Ma è proprio questo l’errore: accettare qualunque destino, allargare le braccia in segno di resa e non lottare per cambiarlo. Non è la strada giusta. Io nel mio piccolo provo a far risorgere la mia terra. Lo so, non bastano pochi arancini per fare la rivoluzione, tuttavia anche un chicco di riso può essere un seme per infondere speranza».
Frasi che spingono una donna a mettersi in gioco e a rimboccarsi le maniche; dichiarazioni d’intenti che fanno da fil rouge a “Cinque donne e un arancino” (Giunti editore), romanzo scritto da Catena Fiorello Galeano. Un inno alla femminilità e alla voglia di ricominciare; una saga lunga cinque titoli e dedicata alla forza delle "fimmine" che non ci stanno a fare solo le brave mogliettine e aprono una rosticceria di arancini a Monte Pepe, un borgo immaginario della Sicilia. L'autrice, terzogenita della celebre famiglia Fiorello, di cui solo Anna non è nello spettacolo, ne racconta la genesi.
 
Cosa racchiude il termine siciliano "fimmine"?
«Rappresenta un mondo dove c’è anche l’arcaicità, il mondo ancestrale della femmina che va da madre natura fino al regno dei viventi. Quando lo dici si crea un suono anche carnale, sensuale. Il termine donna è invece più asettico».
 
Come mai cinque protagoniste?
«Tante quanti i libri a loro dedicati. Ad ogni volume c’è una donna e nel titolo inserirò sempre una specialità gastronomica della cucina siciliana. Il primo, l’arancino, non è scelto a caso, perché è fatto di riso, alimento povero per eccellenza che rappresenta umiltà e ricchezza. Le protagoniste si reinventano la vita aprendo una piccola rosticceria: scelta umile semplice eppure le porterà fino in America. Il prossimo avrà il cannolo».
 
Perché le donne sono al centro della vicenda?
«Lo faccio da sempre, da quando nel 2006 scrissi “Picciridda”, ma senza rendermene conto. Non so come mai ma ho sempre sentito il bisogno di parlarne. Eppure ultimamente la donna è diventata un soggetto di moda, forse anche un po’ strumentalizzata. Ormai c’è gente che studia a tavolino il tema, ma se diventa moda mi preoccupo, perché è una vetrina per fare sfoggio della sensibilità».

Nella sua famiglia si respirava il tema della donna?
«È un imprinting ricevuto dalla vita. Mia nonna, che si chiamava Catena di nome e D’Amore di cognome, era femminista ma inconsapevolmente. Ci ha educati tutti al rispetto delle fimmine, che sono le madri del mondo. E lei era una fimmina che si faceva rispettare».
 
Si definirebbe anche lei femminista inconsapevole?
«I miei discorsi non sono contro l’uomo o contro i maschi, perché non avrebbe senso. Piuttosto dobbiamo andare contro i maschi coglioni e mi scuso per l’espressione. Allora sì! E non dimentichiamo che il maschilismo delle donne è il peggiore, è terribile. Io combatto il maschilismo come concetto».
 
Rosario e Giuseppe Fiorello sono i suoi fratelli: ha mai dato loro dei consigli?
«Non direi, piuttosto ho imparato da loro. Con Rosario, con cui ho lavorato 20 anni come sua spalla, ho imparato a fare un passo indietro davanti all’ospite che hai accanto, a non sopraffare. Da Beppe invece la dote di studiare le persone e non essere precipitosa nel concedere amicizia: lui va con i piedi di piombo, io spesso prendo delle cantonate».
 
Il nome Catena le ha causato problemi?
«Da bambina tanti: accanto a Stefania o Francesca mi sentivo il brutto anatroccolo. È stato Maurizio Costanzo a sdoganare il mio nome. Durante una riunione per “Buona Domenica” mi chiede come mi chiamassi, all’epoca mi conoscevano come Cati. Quando gli dissi Catena, lui commentò così: “E con un nome così bello ti fai chiamare Cati, che è così banale?”. Da allora lo porto con soddisfazione». © RIPRODUZIONE RISERVATA