Latina, i clan e la borghesia criminale: il dossier Mafie nel Lazio

Latina, i clan e la borghesia criminale: il dossier Mafie nel Lazio
di Elena Ganelli
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Sabato 22 Ottobre 2022, 10:12

La provincia di Latina ha sviluppato sul proprio territorio anche mafie autoctone, clan che sono stati utilizzati come emerge dalle indagini degli ultimi anni - quali fornitori di servizi criminali da esponenti dell'imprenditoria locale e da alcuni rappresentanti politici. E' questa la fotografia del nostro territorio relativa agli anni 2020/2021 e al primo semestre 2022 che emerge dal Rapporto mafie nel Lazio presentato ieri mattina a Roma alla presenza del presidente della Regione Nicola Zingaretti e di Gianpiero Cioffredi, presidente dell'Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità, oltre che di numerosi magistrati e investigatori.

I LEGAMI
In particolare nel capoluogo pontino nel corso degli ultimi anni le inchieste della Dda è emerso che la caratteristica del sistema criminale è la «relazione molto forte tra il mondo della criminalità organizzata di stampo mafioso e la borghesia criminale che spesso si muovono in osmosi, alimentandosi l'un l'altra».
A definire ruoli, legami e natura dei rapporti tra gruppi criminali e contesto socio-economico hanno contribuito i racconti dei collaboratori di giustizia grazie ai quali «sono stati messi in ordine i tasselli della storia recente della città». Da un lato ci sono i metodi imposti dai clan dominanti Di Silvio, Ciarelli e Travali pervasivi e continuati nel tempo che colpiscono indistintamente giovani, imprenditori, famiglie, professionisti. Che non riescono a denunciare contribuendo a creare un clima di diffusa omertà per la forte carica intimidatoria della quale i clan dispongono: tanto che è risultato difficile in più di un caso anche far rendere testimonianza a molte delle parti offese e si è dovuto ricorrere all'accompagnamento coattivo.
Allo stesso tempo proprio la forza intimidatrice di questi gruppi diventa «uno strumento per far funzionare meglio gli affari dei colletti bianchi, di quella criminalità economica che nel capoluogo pontino ha visto fiorire alcune carriere politiche e imprenditoriali, in passato sviluppate intorno al Latina Calcio».

POLITICI E IMPRENDITORI
Il rapporto supporta tale assunto citando innanzitutto le indagini portate avanti dalla Squadra mobile del capoluogo e dal Comando provinciale dei carabinieri nei confronti di Pasquale Maietta e ricordando la forte influenza da lui esercitata sia a livello amministrativo per la sua carica politica di parlamentare che in virtù dei suoi stretti legami con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata locale «a cui è risultato essere assoggettato il Comune di Latina, soggetti che hanno beneficiato anch'essi di strutture sportive e sostegno logistico dell'amministrazione».
E poi ancora Dirty Glass', operazione che ha scoperchiato le attività dell'imprenditore Luciano Iannotta che la Procura distrettuale antimafia considera «un punto di riferimento per il riciclaggio di denaro sporco in provincia di Latina un imprenditore disposto anche a compiere reati quali il sequestro di persona a mano armata e talmente ben introdotto da essere in grado di piegare a suo favore anche appartenenti all'Agenzia di informazioni per la sicurezza interna».

Allo strapotere dei clan non è indifferente neppure la politica: nell'alveo della cosiddetta borghesia mafiosa figurano infatti politici, imprenditori, funzionari pubblici e professionisti. Nel rapporto sulle mafie entra a pieno titolo anche l'inchiesta Scheggia che ha coinvolto l'ex consigliera regionale del Lazio Gina Cetrone, il marito e alcuni componenti del clan Di Silvio.
Prima l'estorsione per recuperare un credito per forniture di vetro, poi «l'utilizzo di alcuni esponenti del gruppo criminale per la propria campagna elettorale con un vero e proprio tariffario per il servizio di attacchinaggio: si paga la violenza sui manifesti affissi. Si tratta di violenza aggravata dal metodo mafioso che rappresenta la prevaricazione di visibilità di un candidato nei confronti degli altri: perché un clan mafioso conclude il rapporto realizzato dall'Osservatorio gode di consenso sociale».

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