Sami Modiano, sopravvissuto a Birkenau: «La mia missione è non far dimenticare quell'orrore»

Domenica 27 Gennaio 2019 di Marco Pasqua
Sami Modiano

Sami Modiano aveva 13 anni, quando si ritrovò a vivere l'orrore del campo di sterminio di Birkenau. Cinque anni prima, era stato espulso, per via delle leggi razziali, dalla sua scuola. Frequentava la terza elementare, ma gli fu impedito di continuare a studiare. Perse le madre a Rodi e, oggi, dice «grazie a Dio è successo nella mia città, e non nei campi di sterminio». Perché lì si vide strappare tutti i suoi cari.
 


«Venni preso con la mia famiglia il 18 luglio del 1944 – ricorda, intervistato nel Giorno della Memoria - Sono stato catturato dai tedeschi con tutta la comunità ebraica, i miei zii, i miei cugini, in tutto duemila persone. Abbiamo fatto un viaggio lunghissimo, durato un mese, in condizioni disumane, con un caldo terribile, durante il quale delle persone sono morte. Siamo arrivati in quella che era una fabbrica della morte il 16 agosto, dove tutto quello che vedi non riesci a descriverlo».

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L'arrivo nel campo, la selezione, le botte dei nazisti al papà, fotogrammi indelebili: «Non mi dimenticherò mai l'arrivo a Birkenau. Accanto a me c'era Giacobbe, mio padre, di 45 anni, e mia sorella, Lucia, 16 anni, e tutta la mia grande famiglia. Appena sbarcati in questa rampa della morte, abbiamo capito che eravamo scesi in un luogo dove la barbarie era qualcosa che non si poteva comprendere. Per i tedeschi quello era un lavoro di routine: ci fecero capire che eravamo arrivati in un posto di inferno. Appena arrivati ci vollero dividere: ci fu una reazione da parte nostra, e i tedeschi ci fecero capire che le loro decisioni non si discutevano. Mi ricordo che papà ha cercato di difendere sua figlia il più possibile, ma lo hanno gonfiato di botte. Non cancellerò mai quella scena dai miei occhi, non dimenticherò mai lo sguardo di questo genitore, amareggiato e distrutto per non aver potuto difendere sua figlia». E' in quel momento, che Sami capisce che l'umanità non c'è, in quel campo dell'orrore: «In quelle persone non c'erano gesti umani. Un medico, un professionista, poteva decidere con il gesto di un dito, chi andava nelle camere a gas: ed era l'80% del totale. E tra questi c'erano molti bambini, bambini innocenti. Come fa una persona a mandare alla morte queste piccole creature: come può questo uomo, la sera, bere la sua birra e parlare come se nulla fosse successo?».

C'è un altro momento che Sami non dimenticherà mai, quello della liberazione. Aveva 14 anni, “era praticamente un cadavere», ricorda oggi. «Quando capisci che sei vivo, hai un dolore tremendo, una sofferenza: ti senti in colpa e ti inizi a sentire un privilegiato. E questo ti distrugge, ma vai avanti lo stesso, e cerchi di trovare una risposta a questi punti interrogativi che ti restano dentro. Ho vissuto in silenzio, nel mio dolore, nei miei incubi, chiedendomi perché. Nel 2005, grazie a Dio, ho trovato la risposta: spinto da Walter Veltroni e Pietro Terracina, oltre che da mia moglie, ho accompagnato 300 ragazzi ad Auschwitz-Birkenau. Mancavo da 60 anni da quel posto. Mi ricordavo ogni passo che facevo. Rivivevo tutte le scene che avevo già vissuto. Avevo le lacrime agli occhi. Ma la mia grande sorpresa fu che anche i ragazzi piangevano. Allora ho capito che sono stato scelto perché i ragazzi hanno bisogno di me. Da quel momento in poi non mi sono fermato: io da quel posto di morte, che si chiama Birkenau, non ne sono mai uscito, io sono ancora li. E' qualcosa che rimane e che non puoi cancellare. Fin quando Dio mi darà la forza cercherò di far capire alle nuove generazioni che questo è successo: la storia deve continuare, non si deve fermare. Questa è la mia missione. Sono l'uomo più felice del mondo adesso e sono sicuro che qualcosa, di quello che ho vissuto, arriva ai ragazzi che mi ascoltano».

Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 18:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA