MIGRANTI

Migranti, strage di mamme e bimbi: il naufragio a un passo dai soccorsi

Martedì 8 Ottobre 2019 di Claudia Guasco

Il mare, finora, ha restituito tredici corpi. Sono tutte donne, tra loro una ragazzina di dodici anni e una giovane incinta. Domenica alle tre di notte sul mare di Lampedusa infuriava la bufera, pioggia, vento di maestrale e onde che il barchino con cinquanta persone a bordo non è riuscito a contrastare. Si è ribaltato a sei miglia dall'isola, in ventidue sono stati salvati dalla guardia costiera. Ma secondo alcuni superstiti, a tentare quella traversata della disperazione erano circa settanta e il bilancio rischia quindi di peggiorare. Con il buio le barche dei soccorritori hanno spento i motori, le ricerche ricominceranno stamane, tempo permettendo. In fondo al mare ci sono almeno otto bambini, tra cui una bimba di otto mesi.

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MOTORE IN PANNE
Sul molo di Favaloro vengono allineate le bare di legno, quattro giorni dopo l'anniversario della strage del 3 ottobre del 2013 in cui morirono 368 migranti le motovedette scaricano i cadaveri. Destinazione ultima l'obitorio. «È una mattanza. Non si può consentire che la gente muoia così, e continui a morire così. Non è cambiato nulla, se non si prendono provvedimenti seri, i morti ci saranno sempre», si indigna il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello. Al porto, per seguire da vicino le operazioni, arriva il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella. «Quella barca non era in condizioni di attraversare il mare - afferma - e nessuno di loro aveva i salvagente, che in casi come questo sono l'unica speranza di salvarsi la vita. Se li avessero avuti sarebbero ancora vivi. Gli uomini della squadra mobile hanno iniziato a sentire i superstiti, sotto tutti in stato di choc». La procura ha aperto un fascicolo a carico di ignoti ipotizzando il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e la morte come conseguenza di altro reato. Dalle testimonianze raccolte, comincia già ad apparire chiaro che la strage di migranti non sia dovuta solo al brutto tempo. Il naufragio è avvenuto verso le tre del mattino, quando le motovedette si sono avvicinate allo scafo. Sono stati proprio i passeggeri a chiamare la guardia costiera di Palermo, che ha subito avvisato Lampedusa. «Quando sono arrivati i soccorritori il barcone, lungo una decina di metri, già imbarcava acqua e aveva il motore che non andava», spiega Vella. Il mare forza 3, il buio e il terrore hanno completato il disastro. «A bordo c'è stato il caos, tutti volevano andare verso le motovedette - raccontano gli operatori umanitari - molti sono caduti in acqua e poi la barca si è capovolta. Quando li abbiamo tirati fuori dal mare avevano la morte negli occhi, si aggrappavano ai salvagenti, nessuno di loro sapeva nuotare. È stato un miracolo salvarli».

TAPPA IN TUNISIA
La dinamica sembra piuttosto chiara, ma ci sono aspetti della traversata ancora da approfondire. Il procuratore capo lo definisce «un viaggio anomalo»: partita dalla Libia oltre ventiquattr'ore prima, l'imbarcazione ha fatto una sosta in Tunisia prima di affrontare la traversata. Questa potrebbe essere la conferma della collaborazione tra trafficanti libici e tunisini che la procura ipotizza da mesi e sulla quale sta già lavorando. «Ed è strano - aggiunge Vella - che siano stati fatti partire con queste condizioni di mare». Davanti ai morti chiusi nei sacchi, il sindaco Martello lancia il suo messaggio: «La politica agisca». Per il leader leghista Matteo Salvini non poteva che finire così: «Più partenze, più sbarchi, più morti, non occorreva uno scienziato per prevedere il disastro. Hanno aperto il rubinetto. A settembre e ottobre gli arrivi sono triplicati, il governo italiano in un mese ha vanificato il lavoro di un anno e mezzo, gli scafisti sono gli unici che stanno festeggiando». I morti di Lampedusa, aggiunge, sono «figli del buonismo e della riapertura dei porti». La replica del Pd arriva da Matteo Orfini: «La colpa non è del buonismo ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite. E di chi ha paura di abrogarli. Quindi anche nostra, del nostro governo e del mio partito».
 

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