Cecchettin, un mese senza Giulia: dall'orrore alla mobilitazione, le tappe di una tragedia che ha sconvolto l’Italia

Domani il trigesimo della sua scomparsa: dall'allarme all'arresto di Turetta, il ricordo della vicenda

Giulia Cecchettin, domani il trigesimo: dall'orrore alla mobilitazione, le tappe di una tragedia che ha sconvolto l Italia
di Angela Pederiva
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Domenica 10 Dicembre 2023, 08:04 - Ultimo aggiornamento: 09:05

Un mese senza Giulia, un mese di Giulia. Ricorre domani il trigesimo del “caso Cecchettin”, 105esimo femminicidio in Italia nel 2023, ma vicenda unica nel suo genere per il dirompente impatto del delitto commesso da Filippo Turetta sul piano sociale, culturale, comunicativo e politico: due giovani italiani di buona famiglia, ex fidanzati, sembrano spariti nel nulla; tuttavia la testimonianza di un residente, le macchie di sangue, il filmato di un’aggressione e le tracce dell’auto delineano i contorni dell’orrore, che dopo una settimana di appelli vani e ricerche inconcludenti si materializza nel ritrovamento del corpo di lei e nella cattura di lui all’estero.

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Poi il rimpatrio, l’incarcerazione, l’autopsia, l’interrogatorio, i funerali, il rumore, tutto amplificato da un’esposizione mediatica con pochi precedenti: il dolore privato diventa un lutto pubblico, il che significa non solo mobilitazione collettiva bensì anche complottismo social, in quest’epoca isterica in cui 30 giorni sono un’eternità di vuoto da riempire.

Un mese senza Giulia

Tutto comincia nel tardo pomeriggio di sabato 11 novembre, quando Giulia Cecchettin va alla Nave de Vero di Marghera con Filippo Turetta, giro di negozi e cena da McDonald’s.

Hanno la stessa età, 22 anni già compiuti lei e da compiere lui, entrambi studenti di Ingegneria a Padova, solo che la ragazza di Vigonovo tra cinque giorni si laurea ed è pronta ad affrontare il futuro, mentre il giovane di Torreglia è ossessionato dalla fine della loro relazione. «Non può non cagarmi per tutte ste ore, mi aveva promesso ieri che mi scriveva durante la giornata...», si lamenta Filippo con Elena, la sorella di Giulia, che a sua volta si sfoga così con le amiche: «Vorrei fortemente sparire dalla sua vita, ma non so come farlo perché… mi sento in colpa, perché ho troppa paura che possa farsi male in qualche modo».

 


Invece lui aggredisce lei, come sente l’unico testimone inconsapevole della tragedia, riferendo in una telefonata delle 23.18 ai carabinieri l’urlo di una donna che litiga con un uomo a Vigonovo: «Mi fai male...». Ma le due pattuglie in servizio risultano impegnate altrove, sicché sono solo le telecamere a riprendere parzialmente quello che succede intorno alle 23.30 nella zona industriale di Fossò, ma che verrà scoperto solo giorni dopo: le coltellate, l’inseguimento, la sosta, la fuga.


L’allarme scatta alla domenica mattina, quando Gino Cecchettin contatta Elisabetta e Nicola Turetta, dopodiché presenta denuncia di scomparsa: «Temo per l’incolumità di mia figlia», dichiara a verbale il padre, vedovo da un anno della moglie Monica, citando «l’eccessiva gelosia del ragazzo». Gli avvisi sui social diventano virali, si cercano i due giovani e la Fiat Grande Punto nera targata FA015YE, una sequenza di cui cominciano ad arrivare le segnalazioni da mezzo Nordest e poi anche dall’Austria. Al lunedì le famiglie Cecchettin e Turetta lanciano un appello congiunto, ma già al mercoledì è chiaro che i loro destini sono ormai separati: «Filippo non era contento che Giulia si laureasse domani, perché temeva che si potesse allontanare da lui», rivela la zia materna Elisa Camerotto. 

LA SVOLTA
Nei confronti del fuggiasco viene emesso un mandato di arresto europeo. Nel frattempo le perlustrazioni continuano inutilmente a terra, in acqua e dal cielo, finché alle 11.30 di sabato 18 novembre il cane Jäger della Protezione civile fiuta la salma della vittima in fondo a un canalone a Pian delle More, tra Aviano e Barcis. «È stato il vostro bravo ragazzo», commenta con caustico dolore la sorella Elena. Poco dopo le 22, Filippo viene fermato dalla polizia in Germania, lungo la corsia d’emergenza dell’A9 a Bad Dürrenberg. L’auto è a fari spenti e ha il serbatoio vuoto, dentro ci sono un paio di guanti e un coltello da cucina. Gli agenti tedeschi verbalizzano le sue prime dichiarazioni in inglese: «Ho ucciso la mia fidanzata. Ho vagato questi sette giorni perché cercavo di farla finita, ma non ho avuto il coraggio». 


Dal carcere di Halle, il 21enne esce solo alla domenica pomeriggio per l’udienza di convalida della misura, in cui acconsente già alla sua riconsegna alle autorità italiane e per questo semplifica la procedura in capo al Tribunale regionale di Naumburg. Nel frattempo le parole di Elena Cecchettin accendono il dibattito: «I mostri non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro». Al lunedì, fuori dall’ex centro di tortura della Stasi, una studentessa veneta insieme a due amiche dedica a Giulia un mazzo di crisantemi e una poesia di Cristina Torres Cáceres, diventata il grido della battaglia contro la violenza di genere: «Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto». 

IL RIENTRO IN ITALIA
È sabato 25 novembre quando Turetta rientra in Italia, con un volo di Stato (dati i timori di ordine pubblico) da Francoforte a Venezia, per poi essere recluso nella casa circondariale di Montorio Veronese con le accuse di sequestro di persona, omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere. All’avvocato Emanuele Compagno subentra il professor Giovanni Caruso, affiancato dalla collega Monica Cornaviera. La strategia difensiva cambia radicalmente, scegliendo la linea del silenzio con la stampa, ma non con i magistrati, nel tentativo di evitare la contestazione della premeditazione (in ballo c’è anche la perizia psichiatrica) e dunque lo spettro dell’ergastolo. Al martedì Filippo, pur avvalendosi della facoltà di non rispondere alle domande della gip Benedetta Vitolo, ammette infatti le sue responsabilità: «Sto cercando di ricostruire nella mia memoria le emozioni e quello che è scattato in me quella sera». E al venerdì, davanti al pm Andrea Petroni, il detenuto rende una confessione più articolata: «L’amavo, la volevo per me, non accettavo che fosse finita». In contemporanea all’Istituto di medicina legale di Padova viene effettuata l’autopsia sul corpo di Giulia: è morta dissanguata a causa di una profonda ferita da coltello al collo, che le ha reciso l’arteria basilare. Alla domenica i genitori gli fanno visita in carcere.

L’IMPEGNO
Le esequie vengono celebrate martedì 5 dicembre a Padova, dove più di 10.000 persone affollano la basilica di Santa Giustina e Prato della Valle, indossando un nastrino rosso e facendo tintinnare le chiavi. Il vescovo Claudio Cipolla invoca «la pace tra generi, tra maschio e femmina», mentre papà Gino anticipa il senso del suo futuro impegno civico, stretto ai figli Elena e Davide, perché la morte di Giulia «può, anzi, deve essere il punto di svolta per porre fine alla terribile piaga della violenza sulle donne». La bara bianca con le rose candide viene tumulata nel cimitero di Saonara. Il resto è cronaca di questi giorni. Ma forse è già storia.

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