CORONAVIRUS

Coronavirus, così i 1200 militari italiani in Libano vivono l'emergenza: «Qui misure di tutela da febbraio»

Mercoledì 15 Aprile 2020 di Marco Pasqua
Coronavirus, così i 1200 militari italiani impiegati in Libano vivono l'emergenza: «Qui misure di tutela da febbraio»

E' un compito delicato, che i militari italiani impegnati all'estero svolgono anche mentre il mondo è colpito da una pandemia che richiede un impegno costante. In Libano i nostri soldati – 1200 in tutto - lo sanno e continuano, ogni giorno, a servire il loro Paese in una operazione di peacekeeping fondamentale. «Siamo qui in seguito ad una risoluzione, del 2006, del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – ricorda il generale Diego Filippo Fulco, comandante del contingente italiano in Libano, in un collegamento con IlMessaggero.it – Il nostro compito è quello di far rispettare la cosiddetta blue line (una linea di demarcazione tra Israele e Libano, resa nota dalle Nazioni Unite dal 2000, ndr) e far sì che in questa parte non circolino armi, non autorizzate dal governo o da Unifil (ovvero la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite, ndr)».
 


Ma gli italiani devono anche «supportare il governo del Libano nell'attuare la propria sovranità su questa area e svolgere alcuni compiti di sostegno alla popolazione». Un compito essenziale, tanto che, nel giorno di Pasqua, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, li ha personalmente chiamati, in una call con le 39 diverse missioni all'estero. Perché la Difesa oltre ai compiti svolti per l'emergenza coronavirus in Italia - allestimento di ospedali da campo (Piacenza, Jesi, Cremona, Crema), trasporto di macchinari e mascherine (con l'aeronautica), pattugliamento delle strade - prosegue senza sosta la sua attività a livello internazionale.
 
 

Per adesso, in Libano, le cronache riferiscono di poche centinaia di persone positive e di una ventina di morti: «Ma sono dati relativi – sottolinea il generale Fulco, che comanda i Granatieri di Sardegna – Il numero di tamponi è ancora ridotto, sono appena 500 al giorno. Non solo: qui ci sono molte comunità che sfuggono ai controlli. Ci sono un milione di profughi siriani e mezzo milione di profughi palestinesi nei campi: sono comunità difficili da gestire dal punto di vista sanitario. Riteniamo, quindi, che la situazione sia più seria di quanto non risulti dalle statistiche ufficiali».

Il contingente italiano – che, all'interno di Unifil, è il secondo, dal punto di vista numerico, dopo quello indonesiano – si è mosso, dalla fine di febbraio, per la sicurezza dei propri uomini. «Abbiamo da subito attuato le misure necessarie ad evitare il contagio – sottolinea il generale Fulco – E così sono arrivati i termoscanner, all'ingresso delle nostre basi e abbiamo dotato il personale di mascherine e guanti. Allora, il virus era un nemico poco definito e conosciuto e occorreva muoversi con le massime cautele». Tra le unità alle dipendenze del generale, ce n'è una di Bellinzago Novarese, una delle zone più colpite: «Tutti i militari hanno reagito con professionalità e hanno trasmesso le loro conoscenza a chi era in Italia: a tutti raccomandavano di stare a casa e di prendere le precauzioni – sottolinea il comandante – E anche se la tensione di avverte, anche se i ragazzi sono in ansia per loro famiglie, tutti riescono ad avere la giusta serenità per condurre questa operazione di peacekeeping».

 

Ultimo aggiornamento: 16 Aprile, 11:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA