“Vivere nella comunità”: una scuola politica per il nuovo ceto dirigente

Lunedì 9 Novembre 2020

Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School e presidente del Supervisory Board della scuola politica “Vivere nella comunità”, illustra gli obiettivi dell’iniziativa. Un nuovo mix pubblico-privato anche nella formazione. E anche per i temi del welfare

L’irreversibile discontinuità introdotta dalla pandemia nei modelli sociali, economici e forse anche politici, segue e rafforza il cambiamento epocale che si manifestò agli inizi di questo secolo con la crisi dell’11 settembre 2001. Preferisce partire da lì Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School e presidente del Supervisory Board della scuola politica Vivere nella comunità, il progetto ormai diventato programma, promosso dalla Fondazione Nuovo Millennio, presieduta da Pellegrino Capaldo, con Marcello Presicci segretario generale. La scuola aprirà le sue porte nel mese di novembre, presso la sede della Fondazione Ericsson, uno degli sponsor dell’iniziativa che si prefigge di essere rigorosamente “apartitica” come ha spiegato Capaldo nel corso dell’incontro convocato con il “supervisory board”, composto da personaggi autorevoli dell’economia, della finanza e dell’accademia italiana: oltre al professor Cassese ne fanno parte, tra gli altri, il presidente di Ania e di Poste Italiane Maria Bianca Farina, il professor Bernardo Giorgio Mattarella, il presidente dell’ Ansa, Giulio Anselmi, Stefano Lucchini, chief Institutional Affairs and External Communication Officer di Intesa Sanpaolo, il presidente Sace Rodolfo Errore, Magda Bianco, dirigente di Banca d’Italia, l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti, l’amministratore delegato di Enel Italia Carlo Tamburi e il Presidente della Compagnia San Paolo Francesco Profumo.

Il 20 novembre la prima lezione, affidata al Ceo di IntesaSanpaolo, Carlo Messina. La selezione dei 30 candidati è conclusa. E si accendono motori e riflettori.

Paolo Boccardelli

Per Paolo Boccardelli una sfida nella sfida. Radicato autorevolmente in una delle Università che tradizionalmente è vocata alla costruzione di ceto dirigente, la Luiss e in particolare la sua Business School, oggi si trova a coordinare anche il board di intelligenze che concorrono a dare vita alla scuola politica “Vivere nella comunità” che si propone un approccio formativo non tradizionale, più rivolto alle “intersezioni” delle competenze che alle specializzazioni disciplinari. Una rivoluzione?

“Iniziamo col dire che la scuola politica “Vivere nella comunità” propone un sensibile cambiamento nei processi di formazione, ma in fondo complementare ai percorsi accademici. È certo che per decenni in Italia abbiamo assistito alla formazione di ceto dirigente caratterizzata da una forte specializzazione disciplinare – spiega Boccardelli – un modello di successo, che per tanto tempo ha caratterizzato il percorso di affermazione nelle attività professionali. Le competenze apicali hanno spesso assicurato migliori risultati di carriera e migliori performance professionali. Oggi credo che il tempo sia cambiato. Viviamo nell’incertezza, nella volatilità, nella destrutturazione. I problemi che si presentano oggi sono complessi, destrutturati e interdisciplinari. Servono i team. I leader sono quelli che organizzano e gestiscono team di successo. Le competenze verticali si acquisiscono con la formazione accademica, le competenze interdisciplinari si acquisiscono affrontando i problemi. La complessità dei problemi impone approcci complessi che il decisore politico deve tradurre in atti di governo”.

Questi mesi di emergenza sanitaria lo hanno dimostrato plasticamente: si devono tenere in conto competenze interdisciplinari per uscire dalla crisi: competenze mediche e sanitarie, sociali ed economiche. In questo orizzonte c’è comunque un primato delle competenze economiche?

Il tema centrale di oggi è il capitale umano. Ma per il nostro Paese questa centralità deve coniugarsi con un problema di crescita economica rallentata, molto prima che scoppiasse la pandemia. Negli ultimi venticinque anni siamo cresciuti molto meno di tutti i grandi Paesi europei. Di fronte a una crisi di debito, come quella inevitabile che deriva dalla sfida imposta dall’emergenza sanitaria, ci sono solo due strade: il risparmio o la produzione di nuova ricchezza. Il percorso dei tagli è necessario, ma credo che solo la crescita economica può consentirci di affrontare il nuovo debito che stiamo contraendo. Per questo le variabili economiche restano al centro della costruzione del nuovo ceto dirigente.

C’è una rumorosa resistenza nel Paese che contrasta con la cultura imprenditoriale: che sia invidia sociale o semplice ignoranza, ancora spesso si sente dispregiativamente parodiare l’imprenditore con il “prenditore”: come si può evolvere da questa situazione di conflitto irrisolto tra classi e generazioni?

È vero. Nel Paese storicamente abbiamo assistito a una diffusa cultura “anti-impresa” che deve essere costantemente affrontata e combattuta. Ma direi che è anche molto diffusa una cultura anti-Pubblica Amministrazione. C’è una diffidenza profonda verso chi come gli imprenditori è impegnato a produrre ricchezza, così come ce n’è una contro chi amministra la cosa pubblica. Entrambe sono pericolose e insidiose e occorre evitare che si alimenti un antagonismo che deve essere superato. Ritengo che negli ultimi tempi da più parti si invochi il superamento di queste diffidenze e culture “anti-qualcosa e anti-qualcuno”. E credo che il fronte possa essere comune: bisogna augurarsi una nuova alleanza pubblico-privato per la crescita del Paese. Sono convinto che questo stia avvenendo grazie alle componenti migliori della nostra società.

Una recente indagine Astrid/Ipsos indica una inattesa voglia di politica dei giovani accanto a una forte delusione rispetto alle istituzioni democratiche (troppo lente e troppo costose): la scuola

È inevitabile registrare nel Paese e nelle giovani generazioni una distanza dalla politica attuale. Nella politica così come la conosciamo sembra non si possano trovare risposte alla complessità dei problemi che dobbiamo affrontare e risolvere. Però c’è una voglia crescente di partecipazione, di impegno attivo. E’ la chiave della scuola politica che stiamo allestendo. Proprio l’autorevolezza del board della scuola credo che possa venire incontro a questo problema. Dobbiamo porci una maniacale attenzione alla selezione del ceto dirigente. Solo un nuovo ceto dirigente capace e competente potrà ridare fiducia nella politica e nelle istituzioni democratiche. Formazione e selezione è il binomio essenziale.

Parliamo di giovani e della loro possibilità di impegno per il futuro del Paese, per diventare ceto dirigente. Che cosa serve?

Bisogna rigenerare un’autorevolezza che consenta alle giovani generazioni di trovare motivazioni per l’impegno. Bisogna creare le condizioni affinché le loro risorse possano essere canalizzate e non disperse con la tanto evocata “fuga dei cervelli”, dopo il percorso formativo ci deve la possibilità di impiegare le risorse. Bisogna che il Paese abbia un ruolo importante in Europa, per assicurare una dimensione più ampia al loro inserimento attivo nella comunità internazionale, che è la nuova dimensione dello spazio domestico.

Ha evocato il tema di un nuovo e positivo rapporto tra pubblico e privato. C’è un’area dove questa nuova e auspicata sintonia sembra più urgente. Parlo del welfare. Che ruolo dovrà esercitare il nuovo decisore politico che uscirà dalla scuola “Vivere nella comunità” per affrontare i nodi del nuovo welfare?

Di certo i temi del welfare saranno fondamentali e strategici per il futuro del Paese. E la politica sarà chiamata a sciogliere molti nodi. Ne vedo almeno tre. Il problema della demografia è il primo. La politica dovrà occuparsi dell’invecchiamento della popolazione e della denatalità: con l’aumento dell’età media cambiano e aumentano i bisogni sanitari e previdenziali. E senza nuove generazioni attive non ci saranno più risorse adeguate. Ed ecco il secondo problema, connesso al primo: il lavoro. L’attività produttiva genera risorse per soddisfare i nuovi bisogni, ma nella consapevolezza che i percorsi di lavoro non sono più quelli che hanno caratterizzato il secolo scorso. La discontinuità tra un lavoro e un altro, tra un posto e un altro, tra un’attività e un’altra impongono il tema del sostegno alla transizione. Va benissimo la cassa integrazione nei momenti di crisi e di emergenza, ma servono nuovi istituti di protezione sociale. Ed ecco il terzo tema: la formazione. Si deve riconoscere un diritto alla formazione perenne: la trasformazione impone la necessità di non concludere mai i percorsi formativi. La complessità impone cambiamenti e i cambiamenti richiedono sempre nuove competenze. Già oggi il nostro Paese ha un deficit formativo enorme. Siamo quelli che spendono di meno in formazione. Si potrebbe immaginare l’obbligatorietà di un contributo per la formazione, come accade in Olanda.

Il nuovo welfare ha bisogno di nuova politica. E forse anche di nuova impresa?

Proprio nell’alleanza rinnovata tra pubblico e privato si possono immaginare percorsi virtuosi. Penso al ruolo che stanno acquisendo le benefit corporation, cioè le aziende che perseguono il profitto, ma finalizzandolo al conseguimento di obiettivi sociali. Penso all’inevitabile alleanza che deve nascere e consolidarsi tra impresa privata, pubblica amministrazione e il mondo del Terzo settore. La complessità dei problemi che abbiamo di fronte impone la costruzione di nuove collaborazioni e di nuove integrazioni. La scuola politica “Vivere nella comunità” vuole dare un contributo in questa direzione.

Marco Barbieri

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Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 10:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA