Il caso Juve-Napoli/ Il primato della salute sulle ragioni dello sport

Martedì 6 Ottobre 2020 di
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Il conflitto che oppone la Lega di serie A alla SS Napoli Calcio è sintomatico di due radicati difetti del nostro bellissimo ma infelicissimo Paese. Il primo è l’inestricabile garbuglio delle procedure e delle competenze. Il secondo, connesso al precedente, l’istintivo ricorrere a cavillosi bizantinismi quando basterebbe il semplice buon senso.

Primo. Di fronte al veto opposto dalle Asl campane di far giocare la partita per ragioni di salute pubblica, la Lega minaccia di sanzionare la squadra partenopea con la burocratica sconfitta a tavolino, quel 3 a 0 che si infligge alle compagini che immotivatamente non si presentano in campo. A sostegno di tanto rigore, la Lega ha invocato la “validità dei protocolli adottati”, i “principi di lealtà sportiva e di parità di trattamento”, e infine l’“insussistenza di provvedimenti di Autorità statali o locali che impediscano il regolare svolgimento della partita”.

Ora, è ben vero che lo scoppio dell’epidemia ha determinato un’indescrivibile confusione di attribuzioni, che hanno a loro volta dissolto il principio della certezza del diritto. Basti pensare ai conflitti dello Stato con le Regioni, di queste ultime tra loro, dello Stato con i Comuni ecc ecc. Una girandola impazzita dove fioccano ricorsi e tutto sembra, come al solito finire, in Tribunale. 

E’ altresì vero che in un settore come quello calcistico, che dal punto di vista economico ed emotivo è ai vertici dell’interesse nazionale, si sarebbe dovuto apprestare per tempo un protocollo valido e vincolante per tutti. Nessuna sorpresa: non lo si è fatto per la scuola, non lo si è fatto per il pallone. E infine è vero che, ammesso che questi protocolli esistano, ciascuna parte si appella a quello che meglio le conviene. Dunque sarebbe stato necessario individuare preventivamente con norme chiare e distinte i doveri delle une e delle altre. Mentre, come al solito, l’ambiguità delle formule sembra fatta apposta per alimentare le incertezze e quindi le controversie. 

E qui veniamo al secondo punto. Quale che sia la soluzione formale più in linea con la normativa esistente, e quale che sia l’autorità vincolante delle Asl, che la Lega contesta, è pacifico che il divieto alla competizione è stato determinato dalla ragione primaria della tutela della salute. Un tutela per la quale, senza tanti dibattiti parlamentari, sono stati segregati in casa per alcuni mesi sessanta milioni di italiani, in una dolorosa e finanziariamente devastante quarantena che minaccia di ripetersi se le cose peggiorano. Può ben darsi che il pericolo del contagio sia stato sopravvalutato dall’autorità sanitaria. Può anche darsi che – scottati a suo tempo dall’acqua calda – oggi tutti temano anche l’acqua fredda, ed eccedano in prudenza. Ma può anche darsi il contrario. Per di più allo spettro di una nuova ondata di morti si associa quello di schiere di agguerriti avvocati già pronti con denunce penali e pretese risarcitorie. Non ci pare il caso di anteporre i regolamenti sportivi alla valutazione di una possibile recrudescenza epidemica. 

Ecco perché, come dicevamo all’inizio, la questione dovrebbe esser risolta alla luce del buon senso. Infliggere al Napoli una sanzione prevista per i comportamenti colpevoli, quando invece la società si è adeguata ai precetti della pubblica incolumità sarebbe una grossolana ingiustizia, e un altrettanto imperdonabile errore. Esso provocherebbe, oltre ai già prospettati ricorsi, una serie di imprevedibili conseguenze alimentate da una crescente sfiducia nella giustizia sportiva. Come se non bastasse quella, purtroppo ormai consolidata, nella giustizia ordinaria.
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