Paolo Balduzzi
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Norme da rivedere/ Quando la politica perde di vista l’obiettivo generale

di Paolo Balduzzi
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Mercoledì 8 Dicembre 2021, 23:59 - Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre, 00:01

La casa comune europea deve essere ristrutturata.
No, non si tratta di una metafora sulla revisione delle regole del Patto di stabilità e crescita, di cui prima o poi - e forse con maggiore urgenza - bisognerebbe occuparsi, bensì di un’intenzione da leggersi in senso letterale. Come ampiamente documentato all’interno del giornale di oggi, il prossimo 14 dicembre la Commissione europea presenterà la bozza della revisione della Direttiva sul rendimento energetico degli edifici (Epbd). Si tratta di un provvedimento coerente con la nuova visione europea di una transizione energetica ed ecologica da realizzarsi nei prossimi anni. Purtroppo, come fin troppo spesso accade, il passaggio dalla visione politica alla scrittura burocratica fa perdere di vista la bontà dell’obiettivo generale. Per come è correntemente scritta, infatti, la nuova direttiva introduce requisiti minimi obbligatori di efficienza energetica, anche per gli edifici esistenti, che difficilmente (volendo essere generosi) potranno essere rispettati. È, volendo essere lapidari, una direttiva che non ha alcun senso. Figlia dell’atteggiamento tipico di chi pensa che l’Europa delle diversità non dovrebbe esistere; che tutto debba essere omogeneo ed omologato, perché tutto già si assomiglia.

È infatti l’atteggiamento di chi pensa che le città dell’Unione siano tutte riconducibili a quei dormitori mitteleuropei costruiti apposta per dare alloggio alla burocrazia continentale e alla politica pendolare; dimenticandosi però quello che invece tutti sanno: che la maggior parte delle capitali europee di oggi sono state capitali di imperi, in un passato a volte nemmeno troppo lontano; e che le testimonianze, urbanistiche ed edilizie, di quell’epoca sono tuttora esistenti. Discorso che vale anche per l’eterogeneità dei luoghi dove città e abitazioni sorgono, nei diversi stati europei: edifici grandi e piccoli, in montagna o in pianura. Tutti a rischio di doversi adeguare, nei prossimi anni, a irrealistiche previsioni normative. Si tratta di una decisione che sottovaluta le sue conseguenze economiche e sociali. Chi non si adeguerà non potrà vendere o affittare il proprio immobile. Ciò non ha effetti solo sui proprietari ma, e forse soprattutto, sugli inquilini, che dovranno pagare canoni sempre più elevati per due ragioni. Da un lato, crollerà l’offerta di immobili; dall’altro, per quelli che resteranno sul mercato, i canoni aumenteranno per tenere conto degli investimenti sostenuti dai proprietari.

Certamente non una grande prospettiva, da qualunque parte la si osservi. E il provvedimento racchiude una beffa ancora più cocente per il nostro paese. L’Italia, infatti, ha intrapreso uno sforzo di riqualificazione degli edifici ormai da diversi anni, finanziato attraverso detrazioni specifiche dell’imposta sul reddito. Il bonus edilizio del 110% è solo l’ultimo esempio. I provvedimenti nazionali hanno il pregio di lasciare piena libertà ai cittadini di adeguarsi o meno. Perché è vero che il mondo deve spostarsi verso il risparmio energetico. Ma è altrettanto vero che certe operazioni richiedono ingenti somme di denaro. Non tutti i proprietari hanno la liquidità per ristrutturare la propria abitazione o non tutti hanno gli spazi di risparmio che permettono di accendere un mutuo. Anche tra le imprese immobiliari, non tutte hanno la capienza di accettare cessioni del credito o altre forme di pagamento agevolato.

Non solo: la presenza di bonus (facoltativi) ha fatto aumentare la richiesta di interventi e quindi il loro costo; inoltre, la crisi pandemica ha fatto lievitare i prezzi delle materie prime. Gli effetti sull’inflazione sono già sotto gli occhi di tutti. Che ulteriore effetto devastante potrà avere quest’obbligo? Anche qualora le scadenze per l’adeguamento fossero molto diluite nel tempo, come è possibile obbligare una famiglia, di cui non si conosce posizione reddituale, lo status occupazionale, o altre possibili difficoltà a sostituire tutti i vecchi serramenti con altri di ultima generazione (giusto per fare un esempio)? E come spiegare a chi ha appena ristrutturato casa che forse deve riaprire portafoglio e cantiere perché i nuovi standard hanno sostituito quelli vecchi? Più in piccolo, operazioni analoghe si sono già sperimentate per il rinnovo del parco automobili. E nonostante un’auto costi molto meno di una casa, per la stragrande maggioranza della popolazione è già impossibile pensare di cambiare autovettura ogni cinque anni per adeguarsi all’ennesimo nuovo standard ecologico. A maggior ragione, ovviamente, per un immobile. Le transizioni ecologica ed energetica sono politiche sacrosante ma il modo corrette per realizzarle è attraverso una spinta gentile, vale a dire un paniere composto da incentivi e libera scelta. O anche attraverso semplici ma rilevanti accorgimenti: perché non cominciare abbassando la temperatura di uno o due gradi in tutti gli edifici delle istituzioni pubbliche, partendo proprio da quelle europee?

Quella delineata dalla nuova direttiva non è certamente la strada da percorrere. È quindi fondamentale che i nostri rappresentanti, in Commissione europea a Bruxelles, al parlamento europeo di Strasburgo e, soprattutto, al parlamento di Roma, si diano da fare per modificare la direttiva quando ancora lo si può fare o per non accettarla così come è nel momento della conversione. In caso contrario, il tempo dedicato a normare bonus e superbonus edilizi nella legge di bilancio sarà stato tempo sprecato. E, peggio ancora, tempi cupi si annunceranno per il mercato immobiliare, la principale fonte di ricchezza delle famiglie italiane. 

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