Mario Ajello
Mario Ajello

La deriva violenta che i partiti non hanno evitato

La deriva violenta che i partiti non hanno evitato
di Mario Ajello
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Martedì 20 Settembre 2022, 00:20 - Ultimo aggiornamento: 23:52

Ci eravamo illusi. Eravamo quasi convinti che il clima di fair play, a cui la campagna elettorale pareva improntata, potesse durare fino alla fine. E invece, no. Quella che sembrava essere una delle novità della corsa al voto di domenica prossima - e cioè la correttezza tra avversari, l’assenza di toni demonizzanti tra i leader, la normalità dei comizi - s’è trasformata di colpo nel revival della peggiore inciviltà politica. In un degrado inaspettato. Quello per cui le manifestazioni degli avversari, ridiventati nemici, vanno contestati sperando di provocare reazioni e caos. 


La denuncia di Giorgia Meloni non va presa soltanto come una legittima richiesta di protezione al proprio partito e alla propria persona. Ma come la segnalazione di un problema che va anche oltre il bersaglio principale della nuova furia ideologica, ossia appunto la leader di FdI che potrebbe diventare premier e intanto viene avvertita con orrori del genere: «Meloni come Moro», firmato Brigate Rosse. 


Un clima così è deleterio per tutti. Per l’immagine del nostro Paese, che ha bisogno di serenità politica, per concentrarsi sulle emergenze gigantesche da risolvere. Per la buona riuscita di una gara elettorale in cui tutti, alla pari, sono pienamente legittimati a vincere, per poi governare senza essere mostrificati. Per il rispetto alla memoria della patria, che è intrisa di tanto odio e non c’è minimamente bisogno di aggiungerne altro. 


Guai insomma a infilarsi, da parte di tutti, in una modalità muscolare, in una logica da annichilimento degli altri, in un vortice di violenza espressiva (il passaggio successivo verso la violenza vera s’è rivelato breve nella nostra storia) perché le peggiori stagioni dello scontro politico italiano non c’è cittadino che le rimpianga e che tolleri di poterle rivivere. 


E’ naturalmente una forzatura parlare di una nuova «strategia della tensione». Ma fa un’impressione fortissima apprendere per esempio che davanti alla stele milanese in onore del commissario Calabresi - ucciso da un commando di Lotta Continua nel ‘72 e simbolo degli anni più tremendi - è stata appena trovata una testa di maiale. Se è improbabile il ritorno al futuro del terrorismo come quello già visto e patito, l’estrema attenzione perché non si creino neppure in minima parte ricettacoli di possibile violenza pseudo-politica, o anche forme di un antagonismo capace di passare dalle parole ai fatti, è un dovere dello Stato e della collettività su cui non possono esistere tentennamenti e sottovalutazioni. 


Perciò, la campagna elettorale che s’è incattivita è un brutto film inguardabile. Nella cui trama convivono la guerra al nemico e l’esplosione dei rancori personali tra i leader o tra certi leader. Come si fa a minacciare un competitor - lo ha fatto Conte rivolto a Renzi - così: «Non presentarti in piazza a Palermo senza scorta...», sennò chissà che cosa ti succede? Ma anche gli assalti ai gazebo e ai banchetti propagandistici - a quelli del partito di Di Maio o a quelli di FdI con tanto di grida: «Vi appenderemo a testa in giù» - producono lo stesso risultato di tutto il resto presso i normali cittadini attesi alle urne: si scannano invece di pensare al caro bollette; si combattono al posto di pensare al lavoro, ai salari e alla crescita. 


Si poteva pensare, e fin quasi alla fine della campagna elettorale così è stato, che l’anno e mezzo di governo di unità nazionale - oltretutto con un’«opposizione patriottica» di FdI dotata di senso di responsabilità e non sfascista anzi collaborativa su certi temi - avesse spronato le forze politiche a darsi un maggiore contegno, a capire le ragioni di tutti nell’interesse generale.

Insomma, a essere diversi ma sforzandosi a non fare di queste differenze un totem invalicabile e il simbolo roccioso della mia identità contro la tua, della mia superiorità contro la tua inferiorità. La contesa elettorale con le sue grida apocalittiche («Saremo cacciati dall’Europa se vincete voi!», «L’Italia cade nel baratro se vincete voi!») non ha fatto tesoro della mitezza e dello spirito collaborativo che erano alla base della nascita dell’esecutivo Draghi e che purtroppo, con il procedere dell’attività del governo, sono state sciupate dalle rivalità dei partiti e dalle pulsioni pre-elettorali.

Così dalla possibile innovazione si è piombati nella regressione della campagna per il voto. Un indurimento dettato dalla paura, mentre il verdetto si avvicina sempre di più, che il successo del nemico ormai è quasi certo o, al contrario, dovuto alla speranza che la rimonta è possibile e dunque bisogna radicalizzare i messaggi e inasprire le pose. O magari è il deficit dei programmi (non tutti e non sempre in verità) o l’incapacità di renderli credibili presso i cittadini che spinge i protagonisti e i comprimari alla rissa come maschera del vuoto. 
In ogni caso, muscolarismo più delegittimazione più spirito apocalittico rischiano di confondere e di assordare, favorendo l’astensionismo.

Lo stesso che, di fronte alle piazze che ridiventano luoghi di scontro e posti infrequentabili da chi vuole partecipare senza correre pericoli o da chi intende ascoltarle da casa senza l’eventuale frastuono di botti e di botte, può trovare ragioni in più per dire: not in my name. Che non è un bello slogan per un Paese che ha bisogno di tutti.

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