Sistema deviato/ Il cambiamento non può attendere

Sabato 30 Maggio 2020 di
Sollecitato da più parti a intervenire sul caso Palamara, il Presidente Mattarella si è pronunciato in modo ufficiale.
E il suo comunicato può riassumersi così: Il mio ruolo mi impedisce di fare quello che mi viene chiesto; nondimeno il mio animo è pieno di indignazione e di angoscia. Due sentimenti perfettamente giustificati.

Per quanto riguarda i suoi poteri, Mattarella ha detto quello che tutti sapevano, o avrebbero dovuto sapere. Non può sciogliere il Csm, non può esercitare l'azione disciplinare e non può intervenire nel merito del dibattito sui comportamenti dei magistrati coinvolti. E questo non per circospetta prudenza o timida inerzia, ma semplicemente perché glielo vieta la Costituzione. E se lo facesse, si comporterebbe in modo irrituale.

Ma per quanto concerne il suo stato d'animo, lo sdegno trapela chiaramente tra le righe del formalismo quirinalizio. Prima di tutto perché ha voluto ricordare il grave sconcerto e la riprovazione per la degenerazione del sistema correntizio già manifestati l'anno scorso. In secondo luogo perché ha auspicato che si approdi in tempi brevi a una nuova normativa sulla composizione del Csm: il che significa che, così com'è, questo organo non funziona. Infine perché un eventuale scioglimento del Csm comporterebbe un rallentamento, dai tempi imprevedibili, dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati incolpati, per quanto gravi e inaccettabili possano essere considerate le loro affermazioni: il che significa che la cosa è così seria che va trattata subito, e con il massimo rigore.

Le preoccupazioni del Presidente sono più che fondate. Mai, nella storia della Repubblica, la credibilità della Magistratura era caduta così in basso, rivelando di che lacrime grondi e di che sangue il trono, o il seggio, occupato da molte toghe. E non sono le lacrime dei loro colleghi onesti e capaci, che magari sono stati scavalcati da quelli più affaristi e levantini. Sono le lacrime e il sangue di un Paese che ha perso la fiducia nella Giustizia e in chi l'amministra. Questa delusione è oggi mitigata dalla preoccupazioni più laceranti e immediate dell'epidemia e della crisi economica, ma quando l'emergenza sarà finita esploderanno nella loro gravità. E ogni indagato, ogni arrestato, ogni imputato, ogni condannato, - soprattutto se coprirà cariche politiche - si domanderà se il suo giudice abbia avuto uno di quei contatti che hanno così disonorato la toga del dottor Palamara.

Perché quello che sta emergendo è molto più grave della cosiddetta spartizione lottizzata delle cariche secondo le consuete logiche correntizie. Una baratteria mercantile conosciuta da tutti, denunciata da molti e mai corretta da nessuno. No, quello che sta emergendo ora sconfina nel sacrilegio, perché emerge il dubbio che alcune inchieste siano state politicamente orientate, e che vi siano stati addirittura contatti tra chi inquisiva un ministro e chi voleva attaccarlo pur riconoscendo innocente. E tutto questo mentre il Csm tace, e mentre un suo autorevole componente sproloquia in televisione che l'errore italiano è quello di dire aspettiamo le sentenze, offendendo così il popolo, la Costituzione e il buon senso.

Uno spettacolo deplorevole che la maggioranza dei magistrati proprio non merita.
Definito così il suo compito istituzionale, è possibile, e auspicabile, che il Presidente Mattarella eserciti la sua moral suasioncon la riservatezza e l'efficacia che gli vengono riconosciute. Ma non dobbiamo farci troppe illusioni. La forza corporativa di una parte delle toghe è ancora solida, assistita da un patrimonio di relazioni, come si è visto, consolidate ed estese. Diciamo queste cose con dolore e sgomento, perché nonostante la nostra quasi ossessiva denuncia, che da sempre facciamo su queste pagine, della degenerazione giudiziaria, mai avremmo immaginato di sfiorare i confini dell'ignominia.

Ma, come per l'epidemia, si può fare un buon uso delle malattie, convertendo le disgrazie in opportunità. E se il Parlamento troverà la forza, e la dignità, di ribellarsi a questo sconcio, anche la ragione potrà, come disse il poeta, riprendere a parlare, e la speranza a rifiorire.
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