Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€
Massimo Martinelli
Massimo Martinelli

Crisi di governo, lo strappo che mette a rischio la stabilità

Crisi di governo, lo strappo che mette a rischio la stabilità
di Massimo Martinelli
4 Minuti di Lettura
Giovedì 21 Luglio 2022, 00:04 - Ultimo aggiornamento: 13:44

Alla fine è accaduto davvero. Quello che neanche gli osservatori internazionali ritenevano potesse succedere si è materializzato lentamente, nel giro di una manciata di ore, quando è stato chiaro, nell’aula del Senato, che Mario Draghi avrebbe continuato ad essere Mario Draghi anche nel momento più complicato per la legislatura. E che i partiti – almeno la Lega, Forza Italia e il M5S – avrebbero rivendicato fino in fondo il loro ruolo di indirizzo politico, costruito sul consenso elettorale raccolto nel 2018 (e che oggi potrebbe essere diverso).

Così Draghi nel suo intervento di apertura al Senato ha messo sul piatto - con un piglio quasi populista - un vasto programma di riforme. Sul fisco, sulla concorrenza, sull’energia elettrica, sugli aiuti sociali, sulle pensioni, sul reddito di cittadinanza e persino sul superbonus. Tutte cose da fare “in nome del popolo” che - ha ricordato - nei giorni scorsi si era mobilitato per convincerlo a restare a Palazzo Chigi. 

«Siete pronti?» ha chiesto ai senatori che lo ascoltavano. Quelli di Lega, Forza Italia e Movimento 5 Stelle non lo erano. Hanno invece scelto di staccare la spina. Semplicemente, con motivazioni diverse, anche contrapposte, talvolta incomprensibili. E in questo modo hanno messo in dubbio la prosecuzione della legislatura.

E’ passata in secondo piano la prospettiva di bloccare un percorso impegnativo per il Paese che era indirizzato a generare una ripresa economica e sociale. Ha prevalso la logica del voto e della ricerca del consenso elettorale. In questo modo i partiti hanno - certo - voluto riaffermare il ruolo della politica, legittimato dalle elezioni del 2018. Ma hanno dimenticato quella richiesta di aiuto sottoscritta diciassette mesi fa, quando Mattarella ritenne necessario affidare la guida del Paese ad un governo di tecnici, considerato più adatto a tirar fuori l’Italia dal pantano della pandemia e a guidarla nel delicato percorso di riforme necessarie per ottenere i molti miliardi messi a disposizione dalla Ue.

Diciassette mesi dopo la pandemia è solo parzialmente sconfitta, il percorso del Pnrr è a meno della metà e - soprattutto - esiste una nuova imponente criticità innescata dalla crisi ucraina e dall’accelerazione del processo di transizione energetica.

Gli italiani, oggi, sono tutti indistintamente più poveri, per effetto dei costi fissi che devono sostenere per spostarsi in automobile, per fare la spesa, per pagare le bollette.
A ben guardare, dunque, la situazione di emergenza che diciassette mesi fa convinse il Capo dello Stato a conferire l’incarico a Mario Draghi, accertata l’impossibilità per i partiti di trovare un accordo per un premier politico, non solo esiste ancora, ma è addirittura più marcata.

Ora il principale problema che il Paese deve risolvere è proprio questo: come trovare una via d’uscita dalla crisi energetica che ha fatto lievitare i costi fino a renderli insostenibili per molte famiglie e per molte imprese; come portare a termine le riforme del Pnrr per avere diritto ai fondi europei; come salvare dal probabile default 40mila piccole aziende indebitate per il blocco delle cessioni dei crediti previste dal superbonus; e, ancora, come ultimare alcuni progetti di rilancio delle città, la Capitale in primis, resi possibili dall’autorevolezza e dallo standing internazionale del governo Draghi.
A ben guardare, la lista delle cose che adesso sono a rischio e che Draghi stava portando avanti, è quasi sovrapponibile alla lista delle rivendicazioni utilizzate dal M5S per innalzare la tensione contro il governo. Conta poco, a questo punto. Ma serve a inquadrare la pretestuosità delle ragioni con le quali si è cercato lo strappo.

Stamane Mario Draghi sarà alla Camera, per assistere al dibattito e al voto di fiducia di quell’assemblea. Poi trarrà le sue conclusioni. E ancora una volta, il peso delle scelte decisive potrebbe ricadere sulle spalle del presidente Mattarella. L’obbiettivo è lo stesso di diciassette mesi fa: uscire dall’emergenza, evitare una crisi economica, restituire credibilità ad un sistema Italia che ieri ha subito un danno di immagine enorme.  Ma stavolta, a differenza di diciassette mesi fa, il capo dello Stato potrebbe avere una carta in meno da giocare. Quella di Mario Draghi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA