2 giugno 2020, valori ed errori: la festa “laica” per ricostruire il nostro futuro

Martedì 2 Giugno 2020 di
Non s’era mai visto il 2 giugno che va in scena oggi. Con le piazze dei partiti e dei movimenti che si fanno titolari di quella che è sempre stata la festa della normalità repubblicana. Che parcellizzano una celebrazione (forse l’unica) che era riuscita a restare unificante e non divisiva, diversa dal 25 aprile.

Ed ha avvalorato lungo il tempo il giudizio che Piero Calamandrei diede del referendum del 2 giugno ‘46: «Un miracolo della ragione». Perché mai nella storia è avvenuto che una Repubblica sia stata proclamata per libera scelta di un popolo mentre era ancora sul trono il re e senza stragi, senza rancori, senza turbamenti (non come era stato per la Liberazione). E le celebrazioni del 2 giugno, abolite erroneamente a un certo punto e poi ripristinate come festa nazionale da Ciampi nel 2000, si sono sempre portate dietro un patriottismo repubblicano irriducibile alla lotta politica contingente e che non guarda indietro come una reliquia ma avanti come un pezzo “laico” e popolare di futuro.

E ha voluto dire anche questo Mattarella dicendo ieri, a proposito di questo strano 2 giugno (senza parata come accadde anche nel 1976 dopo il terremoto del Friuli), che «le sofferenze provocate dal morbo non vanno brandite gli uni contro gli altri». La politicizzazione di un momento così, di solito incentrato sull’omaggio solenne dell’esercito alla Repubblica e della Repubblica all’esercito, è dunque uno degli imprevisti più eclatanti di una fase in cui sembra cambiare proprio tutto e da cui ci si aspetta, anche positivamente, ogni discontinuità ma qualcuna sarebbe meglio evitarla. Si sono mai visti i comunisti immaginari del fantomatico partitello di Marco Rizzo che scambiano la festa della Repubblica per le celebrazioni della rivoluzione e trasformano Piazza San Silvestro fortunatamente priva del mausoleo di Lenin in una caricatura della Piazza Rossa? 

E i gilet arancioni dell’ex generale Pappalardo che, in una giornata così importante della memoria e per il futuro, allestiscono oggi a dispetto delle regole anti-assembramento la loro carnevalata sono gli stessi che nel 2016 tentarono di entrare al Quirinale con tanto di finto mandato di cattura per Mattarella. Accusato di essere un «presidente abusivo». Una scenetta da commedia all’italiana, stile Vogliamo i colonnelli ma senza Ugo Tognazzi, e il tutto si risolse con un rinvio a giudizio degli scriteriati per vilipendio del Capo dello Stato. 
Un’Italia che ha dato il meglio di sé in questi 100 giorni terribili non meritava un 2 giugno così. Che perfino le forze ufficiali d’opposizione, rappresentanti di una buona parte e forse quella maggioritaria degli elettori e impegnate legittimamente nelle loro battaglie, sembrano maneggiare con uno spirito di parte che non appartiene al suo dna. Tutto sarà certamente nella massima compostezza e nel rispetto delle regole sanitarie nei 70 flash mob disseminati stamane in altrettante città e a Roma l’appuntamento è a Piazza del Popolo. E tuttavia l’«Italia che non si arrende», questo il titolo della kermesse del centrodestra che non a caso suscita qualche dubbio e ritrosia negli stessi organizzatori, avrebbe potuto affidare al solo Mattarella, tra Altare della Patria (con il premier Conte secondo cerimoniale), visita a Codogno e discorso all’ospedale Spallanzani e nessun ricevimento nei giardini del Colle, la scena del 2 giugno. 

Certa sinistra non ha lasciato in pace il 25 aprile in lockdown compiendo una provocazione irricevibile, e magari oggi occorreva fare tesoro di quello sbaglio ideologico per lasciare questa festa alla sua natura multipartisan che l’ha resa veramente una festa degli italiani. Come ha ricordato a suo tempo anche Ciampi: «Andai a quella prima sfilata del 2 giugno ripristinata nel 2000 a bordo di una vettura scoperta con al fianco il ministro della Difesa, Sergio Mattarella, ed eravamo circondati da una folla festosa, che mi ringraziava ed era contenta. Altro che nazionalismo o elogio della guerra!». E qui c’era un richiamo critico alle piccole polemiche anti-militariste di frange radicali e di sinistra che hanno punteggiato la storia della festa della Repubblica, uscendone fortunatamente sconfitte. E proprio perché il 2 giugno ha vinto sempre, va custodito con una cura particolare, senza dimenticare ciò che è. 
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