La spinta di Draghi/ La cura choc che serve per l’economia di guerra

Venerdì 27 Marzo 2020 di
Guerra e debito: sono le due parole chiave attorno alle quali si snoda il ragionamento di Mario Draghi nell’appello inviato ai grandi d’Europa dalle colonne del Financial Times. Non esiste oggi nell’Unione, e forse nel mondo, voce più autorevole - e ci auguriamo ascoltata - di quella dell’ex presidente della Banca centrale europea per parlare di debito pubblico e di prospettive economiche. Con Christine Lagarde ancora in affanno per ricucire i danni provocati delle sue rovinose dichiarazioni, da nemica dell’Italia, e vista la resistenza della vecchia aristocrazia nordeuropea a trovare soluzioni condivise, Draghi pone un tema di grande impatto, economico e politico ma anche mediatico.
E che ci costringe a riflettere sulle opportunità e sui rischi della sua proposta, vale a dire quella di puntare tutto proprio sull’uso del debito pubblico.

A partire proprio dal nostro Paese, perché, a differenza di altri Stati che possono liberamente stampare moneta, per noi i gradi di libertà appaiono decisamente meno ampi. È bene ribadire che, in tempi normali, il ricorso incontrollato al bilancio pubblico e alla leva monetaria possono non essere la soluzione giusta, soprattutto in termini di inflazione e di perdita di potere d’acquisto da parte dei cittadini. Ma tempi normali, questi, non lo sono di certo; e, a ben vedere, l’effetto sul potere d’acquisto dovrebbe essere proprio l’opposto.

Se nella prima parte del decennio gli Stati si sono impegnati per evitare dolorosi fallimenti bancari - ciò non si può dire per l’Italia, dove invece i risparmiatori hanno pagato duramente le impuntature di Bruxelles - oggi gli stessi Stati dovrebbero agire per assorbire proprio le perdite del settore privato. Ma il pericolo di fallimento permane, e ciò è evidente da alcune delle parole d’ordine dell’articolo di Draghi, che aiutano a capire il senso della sua proposta: wars, irreversible, biblical proportion.

Innanzitutto guerra: questo è un periodo storico straordinario e che necessita di misure eccezionali, di un cambio di paradigma e di mentalità. Esattamente come in una guerra, non mancano morti, feriti e pesanti conseguenze economiche che impattano sulle condizioni di vita dei sopravvissuti. Ma, a differenza di una guerra, per la prima volta nella storia l’umanità ha la possibilità di combattere unita. Se questa unità non è probabilmente possibile trovarla a livello mondiale, è invece imprescindibile che venga raggiunta a livello europeo. Il ricordo del secondo dopoguerra non è infatti evocativo solo per ciò che concerne le politiche di ricostruzione post belliche, ma anche per la generosa e lungimirante attività diplomatica che avrebbe portato alla nascita, nel corso degli anni Cinquanta, proprio delle prime istituzioni europee.

Altro che Brexit: è proprio questo il banco di prova per la forza del progetto europeo. Un progetto nato per superare società lacerate non solo dalla guerra ma anche dalla diffidenza tra popoli così vicini e così nemici, un progetto che non si sarebbe mai sviluppato se la politica del tempo si fosse fermata al Processo di Norimberga. Oggi ci sono tragedie umane e sociali che uniscono i popoli europei come un popolo unico, e ci sono nazioni più esposte di altre non certo per responsabilità loro ma al contrario proprio per onestà, correttezza e trasparenza.

Il secondo temine scelto fa riferimento all’irreversibilità delle conseguenze che i troppi ritardi possono costare, probabilmente maggiore di quelli dell’emergenza stessa. È per questo che, liberi da preoccupazioni contabili ed economiche, ma solo guidati da prospettive tanto di breve quanto di medio-lungo periodo, i governi europei dovranno al più presto approvare misure mai realizzate prima, piani ambiziosi che aiutino subito i più esposti all’emergenza sanitaria ma che non dimentichino la necessità di ricostruire e consolidare interi tessuti e settori economici.

E questo dovrà essere vero a maggior ragione nel nostro Paese, che ancora oggi appare diviso su tanti aspetti. Ecco l’interrogativo d’obbligo: non risulterebbe più efficace una cura shock piuttosto che procedere per tentativi più contenuti e per correzioni successive? Una manovra da 100 miliardi rischia di perdere gran parte dell’impatto se diluita in tre o quattro tranche mensili. Del resto, la prospettiva aperta dalle parole di Draghi - che abbattono il tabù del debito contro il quale si era severamente battuto durante i sette anni di guida della Bce - permette un ampliamento improvviso delle possibilità a nostra disposizione. A patto però che l’impegno sia ferreo: queste risorse devono essere usate per riparare, ricostruire, provocare effetti duraturi e diffusi nel Paese. Non certo per consolidare posizioni di rendita o potere elettorale.

Infine, le “proporzioni bibliche” di questa tragedia richiamano forse involontariamente al giubileo, cioè all’annullamento dei debiti - in questo caso privati - attraverso il ricorso al debito pubblico. Che, sia chiaro a tutti, è debito che continuerà ad appartenere a ciascuno di noi e che andrà ripagato in futuro. Ma, come spiegava già magistralmente David Ricardo esattamente 200 anni fa nel suo «Essay on the Funding System» (1820), la scelta di una misura che peserà comunque e in qualche modo sulle tasche dei nostri figli più che bilancia la prospettiva di una distruzione permanente di capitale (fisico, sociale, umano): un pericolo decisamente maggiore tanto per i nostri figli domani quanto, già oggi, per le fasce di popolazione più fragili ed esposte.
Ultimo aggiornamento: 00:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA