Mario Ajello
Mario Ajello

L’assalto lumbard/ Serve visione, la città non diventi uno scalpo

Lunedì 6 Maggio 2019 di Mario Ajello
Ormai è evidente. Il bersaglio Roma non rientra soltanto nelle schermaglie politiche interne al governo.
E nemmeno soltanto nella lotta pre-elettorale tra la Lega e i Cinquestelle. Deve esserci qualcosa di più, nelle motivazioni di fondo e nelle intenzioni di Matteo Salvini che torna a mettere nel suo mirino la Capitale. 

Questo surplus è anzitutto un nordismo di ritorno, collegato - oltre che al richiamo della foresta di una Lega che è forza nazionale ma evidentemente ha resistenze culturali ad esserlo fino in fondo - alle difficoltà che sta incontrando la legge sull’autonomia e alle malcelate tensioni che questo Spacca-Italia sta provocando all’interno del Carroccio e nel rapporto che la leadership salviniana ha cominciato ad avere con quel Settentrione a cui prima del voto europeo un riconoscimento il vicepremier lumbard vuole dare. Ma questo non può assolutamente essere lo scalpo di Roma, il suo impoverimento, la spoliazione ai danni della Capitale e di chi ci vive. 

Siamo, ogni giorno di più, di fronte al paradosso di una continua e legittima insistenza di Salvini sul cambiamento politico di Roma, e sulla necessità che esca dalla cattiva amministrazione che i cittadini stanno patendo, che si accompagna però ad atti che vanno nella direzione di affossarla e non in quella di favorirne la fuoriuscita dal tunnel. Le polemiche insistite nel confronti del Campidoglio fanno parte del gioco e sono più che comprensibili, ma non possono non accompagnarsi a un riconoscimento vero, fattuale, di Roma come capitale.

Non bastano i tweet, non servono i toni da comizio. Qualunque forza politica che aspiri a guidare il Paese deve essere all’altezza della sua Capitale. Non candidarsi a guidare l’Italia prescindendo da che cosa dev’essere la sua città più importante e trattando Roma come uno dei vari trampolini, come un normale terreno di conquista come se si stesse parlando di un luogo normale, appunto, e non unico nella sua straordinarietà. 
È illusorio credere che si possa guidare una nazione, senza assumere seriamente sulle proprie spalle e rilanciare le sfide che la sua Capitale impone. Roma comporta onori ma anche oneri. Tra questi ultimi rientra, in primissimo grado, quello di avere una visione. E a questo proposito ci si chiede: qual è l’idea di Salvini su Roma? Quale il progetto? Non può bastare quello di mandare via la sindaca Raggi. E non promette niente di buono quello di toglierle l’ossigeno finanziario che in altri Paesi europei i governi giustamente riconoscono alle proprie capitali. Basti pensare che la Francia, che pure ha una discutibilissima leadership, ha destinato 44 miliardi al progetto Grand Paris. 

Qui invece, per punire l’indifendibile incapacità amministrativa del Campidoglio, il nordismo di ritorno finisce per far pagare il conto a tutti i romani. Che diventano vittime due volte: di una giunta che mostra di non avere alcuna visione della città e del suo ruolo di capitale e di chi vorrebbe sostituirsi all’attuale governo cittadino ma senza dare l’impressione di comprendere la profonda responsabilità insita in questa aspirazione. 
Insomma, Roma merita molto di più e non sta avendo niente da nessuno degli attori in campo. È una città laica, nel senso sano della parola, e quindi non pronuncerebbe mai, rivolta a Salvini, la parola redenzione. Ma almeno si può sperare che - tra i marosi dell’autonomia che porterebbe all’agonia nazionale e nel dibattito parlamentare su decreto crescita e Salva-Roma - il leader leghista abbia quel ravvedimento che i cittadini della Capitale sarebbero pronti a riconoscergli.
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