Marco Gervasoni
Marco Gervasoni

La caduta degli alibi e l’ora basta del Paese

Mercoledì 5 Giugno 2019 di Marco Gervasoni
Niente tempesta atomica, per il momento, sul governo. Era, quella, un’espressione del sottosegretario Giorgetti, di solito sobrio nelle metafore, dopo il discorso di Conte di lunedì sera. E invece ieri, per continuare con le analogie belliche, non solo il fuoco è cessato ma i due eserciti (o tre?) si sono persino stretti una mano. E ci riferiamo naturalmente all’accordo sullo sblocca cantieri. 

È vero che la politica, da sempre, e quella nelle democrazie digitali postmoderne in particolare, è vero e proprio teatro, con relativi colpi di scena, e che è proprio il momento di massima tensione quello che prelude all’accordo. Ma crediamo sia evidente a tutti, e certamente anche ai due veri capi del governo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che non sarà possibile continuare così per molto tempo. 

Se la politica avesse una logica, il risultato delle elezioni europee è stato talmente clamoroso che i due attori, Lega e 5Stelle, dovrebbero riscrivere il contratto e varare un nuovo governo, che tenga conto dei rinnovati rapporti di forza; anche se quelli parlamentari, che fanno i 5Stelle di gran lunga prevalenti, non sono cambiati. Altra logica vorrebbe che Salvini facesse cadere il governo e capitalizzasse il risultato delle recenti elezioni.
Purtroppo però non sempre, anzi quasi mai, i processi politici seguono una logica cartesiana, perché devono tenere conto del concreto e della contingenza, e anche di resistenze solidissime. 

Quello che frena Salvini è il timore di affrontare una campagna elettorale con la procedura d’infrazione europea probabile, e poi la necessità di ricostruire un’alleanza anche con Berlusconi, che il leader leghista non desidera. Senza contare altri due fattori: la volontà di moltissimi deputati, soprattutto appartenenti al Movimento 5Stelle ma non solo, di mantenere il loro scranno, che li spingerebbe ad appoggiare altri governi, in cui il peso di Salvini rischierebbe di essere inferiore. E poi un dato storico: chi ha provocato la caduta di un governo ne ha sempre pagato un prezzo alle urne, anche quando queste si sono concesse diverso tempo dopo. Non c’è dubbio quindi che la resistenza del concreto, e anche degli interessi materiali, favorisca Di Maio, che invece non ha ovviamente nessuna intenzione di recarsi al voto, anche perché, giusta la regola dei due mandati, non potrebbe neppure essere candidato.

Tanto è vero che ieri egli ha proposto un sostanziale nuovo governo, in cui i ministeri importanti siano assegnati alla Lega. Un regalo? Mica tanto: all’onore di aumentare di ministeri, Salvini si troverebbe a dover rispondere dell’onere di una manovra finanziaria che si annuncia pesantissima. Dati questi rapporti di forza, si prevede allora che si continui così, con questi stop and go ma anche con la paralisi degli ultimi mesi? Se questo fosse l’intento, sarebbe una pessima soluzione.

Il Paese ha bisogno di molto, ma soprattutto di uno choc produttivo, di crescita, di aprire cantieri, di far crescere gli investimenti attraverso la riduzione della leva fiscale. Si tratta di interventi che richiedono un governo minimamente coeso sugli obiettivi da raggiungere. Quindi o Salvini e Di Maio raggiungono un nuovo accordo solido, e magari si mettono a stilare un nuovo contratto, che ovviamente tenga in considerazione il risultato del 26 maggio. Oppure è meglio che si vada al voto, senza avanzare considerazioni, pure dotate di fondamento, sulla campagna elettorale estiva e sul fatto che mai si è votato in settembre. 

In tutto questo, chi pensasse che Conte possa svolgere da potere di sblocco si illude. La nostra Costituzione concede magri poteri al presidente del Consiglio, primus inter pares, tanto che anche premier legittimati dal voto, come Berlusconi e Prodi, quando sono entrati nella stanza dei bottoni si sono accorti che molti non funzionavano. Figuriamoci per un presidente del Consiglio che non ha truppe, non dispone di voti, è stato scelto come garante e mediatore di un contratto che nel frattempo le cose hanno portato ad essere carta straccia. 
Che il premier ora si spinga verso retoriche quasi golliste, dopo che le Europee hanno premiato il partito a cui lui è meno vicino, è piuttosto un segno di debolezza che di forza. E, a volte, la debolezza spinge a compiere azioni che producono l’esatto opposto degli effetti desiderati.
Ultimo aggiornamento: 00:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA