Loris Zanatta
Loris Zanatta

Tutto cambia, anzi no/ Operazione Gattopardo: il ritorno dei rigoristi

Mercoledì 3 Luglio 2019 di Loris Zanatta
La Commissione europea ha una nuova presidente: è una donna tedesca; non credo sia un caso. Il travaglio è stato lungo, ma dicono che poi si dimentica il dolore. Speriamo. Tanti e tali erano i bracci di ferro, così frastagliato il panorama, talmente sfilacciate le famiglie politiche, che ha del miracoloso. 
Che poi la montagna abbia partorito il topolino, ossia un governo precario e destinato a ballare sulle montagne russe, o il topolino spaventato abbia partorito la montagna, ossia un’autorità più solida del previsto, lo dirà il tempo: dipende da troppi fattori imponderabili. Il più importante? La crescita, ovvio, gli indicatori macroeconomici, certo; ma ancor più l’etereo mix di affidabilità, solidità, prestigio che ognuno saprà far valere. In ciò consiste il “capitale politico”; è da questi valori, in fondo, che si giudica un giocatore….
Null’altro da dire, dunque? Era solo questione di ingegneria istituzionale? Di mettere a posto i pezzi del puzzle? Di applicare l’algoritmo del Cencelli europeo? Ovviamente no: c’è il nostro futuro in ballo. Perciò la prima cosa che salta agli occhi è che, in attesa che l’affresco si completi dell’altra importante nomina al vertice del Parlamento - ha prevalso la continuità. Così almeno si direbbe, a giudicare dal profilo rigorista della nuova presidente e dalla coalizione che l’ha incoronata.
Sarà coerente alla luce dei recenti risultati elettorali? O è come agitare il drappo rosso davanti alle corna del toro infuriato, dei sovranisti ed euroscettici d’ogni tipo e risma? Il dubbio c’è. 
Ma c’è anche una certezza, l’operazione donna - cioè il rinnovamento in chiave femminile delle istituzioni comunitarie tra Commissione Ue e Bce - trasuda anche una rinnovata “Operazione Gattopardo” in salsa eurocratica. Dove il meritorio riconoscimento di genere si accompagna ad un tentativo di perpetuare i soliti equilibri, addirittura con una dose in più di continuismo negli assetti di potere: con l’asse franco-tedesco tutt’altro che indebolito, anzi rinnovato e più vivo che mai. 
Per ora, comunque, les jeux sont faits e rien ne va plus: c’è chi ha ottenuto molto in cambio di qualcosa e chi almeno qualcosa in cambio di molto; un posto a tavola, una voce in capitolo, un credito da riscuotere: meglio di niente. Socialisti, liberali e popolari; tedeschi, francesi, scandinavi e spagnoli hanno voce - con intensità assai diverse - nel coro politico europeo. Ognuno s’è garantito un po’ d’attenzione sui temi più pressanti e cari: chi sul clima e chi sul commercio, chi sui migranti e chi sulla sicurezza, tutti su bilancio e finanze. Tanto, poi, sarà la politica e saranno le alleanze a muovere i pezzi sulla scacchiera.
E l’Italia? C’è da chiedersi che cosa le famiglie politiche, se famiglie si possono chiamare i nostri partiti di governo, abbiano incassato per sé e per gli interessi del Paese. A prima vista, più nulla che poco o così poco da sembrare nulla: dubito siano entusiaste del pedigree della signora Ursula van der Leyen, per quanto si consolino con l’affondamento di Frans Timmermans e si siano accodati all’ultimo istante al candidato altrui; chi si accontenta, gode. Il punto è come s’è mosso il nostro governo: fa una certa impressione la sua assenza ai tavoli dove i Paesi fondatori s’accordavano tra loro dando ormai per scontato l’isolamento politico e il declino economico italiani; e ne fa ancor di più vederlo spendersi per il candidato del gruppo di Visegrád, come un Gulliver nascosto dietro i lilliputiani, visto che tutti insieme hanno la metà del nostro prodotto lordo. 
Si potrebbe liquidare il caso come un esempio tipico di inettitudine: la rinuncia a far politica in nome di rigidi principi, priva dei poteri negoziali utili a impedire l’esito più remoto dai propri interessi. Così è andata. La storia è colma di casi simili; non sarà il primo né l’ultimo di questo governo. 
Ma a guardare lo scenario con più distacco, s’intuisce una strategia, se così la vogliamo chiamare. A meno di non credere che polacchi e slovacchi siano la nuova famiglia geopolitica dell’Italia, sorge il sospetto che i nostri governanti si siano chiamati fuori apposta, che abbiano giocato a perdere, da buoni giocatori d’azzardo: Dostoievskj docet. In tal caso il messaggio sarebbe: eleggete chi volete; tanto peggio, tanto meglio: l’Italia è pronta a sparare sul quartier generale, delle cui azioni non si sente responsabile. Applicato all’Europa, è lo stesso schema populista che tanti dividendi ha portato in patria: il “popolo” contro le “élite”; la nazione “proletaria” contro le “plutocrazie”? 
Insomma, il nuovo inizio - seppur ingentilito dalla indubbia abilità delle neonominate - a prima vista ha poco di nuovo. Ultimo aggiornamento: 00:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA